Alla scoperta di Ballan re delle Fiandre

Ha stroncato Boonen sul Grammont e Hoste nella volata a due «Queste sono corse per cui val la pena vivere e fare fatica»

Ha abbattuto tutti i muri: quelli del Fiandre e dell’indifferenza. Ha sempre amato la fatica e ha faticato tanto: anche a trovare una squadra. Alessandro Ballan, il più belga dei nostri corridori, tra i professionisti proprio non lo volevano. Non perché non fosse un buon corridore, un ragazzo con delle qualità, ma perché come spesso accade alle persone schive e misurate come lui, non è mai stato preceduto e accompagnato dal codazzo degli adulatori. Da coloro che sono bravi a crearti una certa fama, spesso smisurata e ingiustificata. «È il dazio che paga la gente come me: riservata e circondata da gente riservata...», dice questo giovanotto lungo lungo e allampanato, con un faccino da bravo ragazzo e un sorriso grande così.
Fortuna vuole che anche tra le persone riservate c’è chi si fa coraggio e alla fine una telefonata per darti una mano è disposta a farla. È il caso di Andrea Gastaldello, che non esitò a chiamare Beppe Saronni, che in quanto a riservatezza non è secondo a nessuno.
«È andata davvero così - racconta Ballan, 27 anni, veneto di Castelfranco, professionista da quattro stagioni, cinque vittorie in carriera di cui quattro in territorio belga -. Sulla mia strada ho trovato la famiglia Gastaldello, titolari della Wilier Triestina, nonché fornitori ancora oggi delle biciclette alla Lampre di Saronni. Andrea ha parlato con Beppe e gli ha detto. “Ho un ragazzo molto interessante e soprattutto per bene: un gran lavoratore”. Beppe mi ha subito contattato e sono riuscito finalmente a passare professionista. Da quel momento la mia vita è radicalmente cambiata: è stato come affrontare in testa il muro di Grammont. Avevo l’occasione della vita e non me la sono fatta sfuggire: uno scatto e via».
Uno scatto e via, come domenica scorsa sul Muro di Grammont. Il “muro” per eccellenza, il monumento naturale di una corsa monumento. «Sono sorpreso anch’io di quello che ho fatto. Sapevo di avere una buona gamba, ma non straordinaria. Però ho corso molto bene e la squadra si è risparmiata perché davanti avevamo in fuga fin dal mattino Franzoi, così quando è partito Boonen ho risposto e Tom si è mezzo piantato, mentre io sono andato via. Su di me è rientrato Hoste e siamo andati assieme al traguardo, nonostante sapessi che la volata era un’incognita. A chi dedico questo successo? Alla mia famiglia, con in testa mia moglie Daniela e mia figlia Stella. La dedico anche a mio fratello Andrea: era in cima al Grammont. Ma stavolta penso soprattutto a mio papà Adone, morto dieci anni fa».
È buono, disponibile, tosto, dicono di lui. Da parte sua, invece, dice che per Leif Hoste «mi spiace da pazzi. È belga e so quanto ci tenesse a questa corsa». Nutre una profonda ammirazione per Paolo Bettini, «un vero talento, una persona speciale». Ritiene però che nel ciclismo ci sia sì la piaga del doping, «ma questa piaga nessuno l’affronta e la combatte quanto e come il ciclismo». È uomo di parola e regalerà a Federico Borselli, autista del motorhome della Lampre, una moto da cross: «Ho fatto una scommessa e le scommesse vanno onorate», dice. Sogna una famiglia numerosa, «ma dovrò convincere Daniela, che al momento non ne vuole nemmeno sentir parlare». Spera di poter conoscere un giorno Valentino Rossi, «l’unico capace di farmi provare delle forti emozioni». Ha una venerazione per Gianni Bugno «per il quale ho gioito e sofferto come pochi. Nel mio cuore ho ancora impresso il suo successo nel Fiandre del 1994: era Pasqua, come domenica per me...». Ha un rapporto particolare con Andrea Tafi e il ct Franco Ballerini, «perché era gente tosta, capace di lottare e vincere il Fiandre e la Roubaix, le corse per le quali vale la pena di vivere e di far fatica: io domenica ci riprovo».