«La scoperta del covo di Totò Riina merito del maresciallo Lombardo»

Ex generale depone in aula, ma il capitano Ultimo lo smentisce

Mariateresa Conti

da Palermo

Di chi fu il merito della cattura di Totò Riina? Del prefetto Mario Mori e del colonnello Sergio De Caprio, ora messi in croce e sotto processo con l'accusa di favoreggiamento aggravato per la storia della mancata perquisizione del covo di via Bernini? O del maresciallo Antonino Lombardo, il carabiniere che si uccise in caserma il 4 marzo del 1995 lasciando un biglietto in cui rivendicava i suoi meriti - non riconosciuti - nell'arresto del superboss?
Ad introdurre questo filone, nel dibattimento che a Palermo vede imputati Mori, all'epoca vicecomandante del Ros, e il capitano Ultimo, la testimonianza del generale Domenico Cagnazzo, ora in pensione ma nel '93 vicecomandante operativo della Regione Carabinieri in Sicilia. «L'individuazione del covo di via Bernini - ha sostenuto il generale Cagnazzo ieri - fu merito esclusivo del maresciallo Lombardo, che portò le prime notizie sui Sansone, e di De Caprio, che le trasformò in indagini operative sul campo. Lombardo era un profondo conoscitore della storia di mafia, e aveva buoni agganci per arrivare alla cattura di Riina». Cagnazzo ha ricordato che a Lombardo, che all'epoca comandava la stazione dei carabinieri di Terrasini, fu dato l'incarico di attivare le sue fonti. E ha detto che fu lui a dare gli input che poi si concretizzarono nello storico arresto. Lo stesso Cagnazzo ha ricordato l'amarezza di Lombardo per il mancato riconoscimento del suo ruolo nell'arresto di Riina: «Non aveva capito - ha detto - che lo si teneva a distanza per tutelarlo». Alla ricostruzione del generale Cagnazzo ha replicato, in una dichiarazione spontanea, il colonnello De Caprio: «La figura di Lombardo - ha sostenuto “Ultimo” - è stata presentata come quella di un esperto, e come tale io l'ho conosciuto. Però devo riferire che tutte le volte che l'ho incontrato non ha mai indicato i Sansone, ha detto solo che i Ganci tenevano Riina. Dire che i Ganci tenevano Riina era un'affermazione ovvia. Quando il mio comandante mi disse che Lombardo aveva queste notizie sui Ganci replicai: “Certo, sono notizie ottime, ma sono cose che ci consegna la stessa storia di mafia”. Successivamente chiesi a Lombardo se poteva indicarmi, per averlo saputo dalle sue fonti, come si vestiva Ganci, se poteva farmi avere almeno un numero di targa delle autovetture su cui si muoveva. Non ci fu risposta, mi resi conto che il profilo informativo di cui disponeva il maresciallo Lombardo era generico».
Il processo proseguirà il 6 giugno. E mistero si aggiunge a mistero. Il difensore del generale Mori, l'avvocato Piero Milio, ha annunciato la presentazione di un dossier fotografico sul covo, che attesta le condizioni della villa, compresa l'esistenza di una cassaforte, estratta e portata via secondo la Procura, ben presente invece secondo gli scatti recenti effettuati.