La scoperta dell’America «Bargnani è un fuoriclasse»

Il basket Usa, con quattro mesi di ritardo, lo esalta e «Sport Illustrated» lo incorona

Come per quel muretto a Berlino diciotto anni fa, le ultime picconate alla diffidenza di alcuni addetti ai lavori della Nba verso Andrea Bargnani sono arrivate la settimana scorsa, quando la rivista Sports Illustrated ha dedicato all'ala dei Toronto Raptors l'apertura della sua rubrica «Inside the Nba». Il magazine ha infatti sottolineato come dopo nemmeno quattro mesi di regular season la decisione della squadra canadese di scegliere il romano come numero uno assoluto del draft 2006 sia già stata giustificata dai fatti. Alla pausa per l'All-Star Weekend di Las Vegas, nel quale giocherà la partita tra Matricole e Secondo-Anno, Bargnani ci arriva reduce dai 22 punti segnati a Chicago nella grande vittoria dei Raptors, 112-111, contro i Bulls: la sua media punti, inizialmente bassa come le presenze in campo e la sua familiarità con il nuovo livello, è cresciuta ora a 10.6 in nemmeno 24' di gioco, partendo dalla panchina in 48 delle 50 partite disputate. Nella Nba ti chiedono di dimostrare chi sei e quel che fai anche se in Europa eri una stella - e Bargnani comunque non lo era - e anche se la struttura societaria, con l'arrivo dell'ex general manager della Benetton Maurizio Gherardini, ti sostiene: per questo motivo, quando all'inizio Bargnani, un po' spaesato, prendeva (come al solito) pochi rimbalzi e pareva un po' troppo timido, il leader della squadra Chris Bosh, che pure ha solo 17 mesi più di lui, gli aveva mangiato la faccia a ripetizione in quella sorta di amore molesto che fa crescere gli uomini veri e rintanare i codardi. Bargnani ha presto dimostrato di appartenere alla prima categoria ed ora nessuno mette più in dubbio le doti che lo hanno fatto paragonare a Dirk Nowitzki anche per la precisione nel tiro da tre punti, immarcabile se scoccato dalle braccia di uno alto 2.13.
All'All-Star Game Andrea riceverà anche il premio Oscar del Basket dall'ormai onnipresente Walter Veltroni e una maglia della nazionale dal presidente della Federazione Italiana Fausto Maifredi, della serie ogni scusa è buona. Tutta roba di cui agli americani frega pochissimo: a loro basta sapere, nell'ansia costante di verifica di quel che combinano le matricole, che quell'italiano dinoccolato salito sul palco del draft il 28 giugno scorso non è solo alto, ma anche bravo davvero.