La scoperta dell'Inter: un bimbo viziato in panchina

Moratti è furioso per l’aggressione del tecnico a un giornalista del <em>Corriere dello Sport</em>. Ora Mourinho è nell’occhio del ciclone. Il presidente della Figc Abete apre <strong><a href="/sport/si_sveglia_abete_inchiesta_aperta_rischio_squalifica/15-12-2009/articolo-id=407006-page=0-comments=1">un'inchiesta: il portoghese rischia la squalifica</a></strong>

Manca la prova tv e non c’è, per ora, registrazione audio, dunque il presidente dell’Inter, Moratti Massimo, preferisce avere maggiori dettagli, avviare un’indagine interna, conoscere i particolari, informarsi dettagliatamente, sapere e poi, eventualmente, forse, chissà, intervenire e decidere. Sarebbe stato più opportuno il silenzio piuttosto che lo slalom tra i paletti dell’ovvio. Si scrive e si parla, ovviamente, di Mourinho Josè, allenatore dell’Inter che sarebbe stato, uso il condizionale per allinearmi alla prudenza opportunista e classica del vero numero uno nerazzurro, quello che garantisce, con versamenti puntuali, il pane e il tartufo bianco ai suoi dipendenti pallonari, con il portoghese a capotavola.

Stavolta non c’è un avversario da demolire, non ci sono arbitri, allenatori, dirigenti e affini da smascherare o pedinare, stavolta è un inquilino caro alla stessa casa, Mourinho. Un professionista sull’orlo di una crisi di nervi. Forse ha oltrepassato il suddetto orlo stando ai recenti fatti di cronaca, agli insulti rivolti al giornalista Andrea Ramazzotti, del Corriere dello Sport, colpevole di non scrivere e di non pensare come desidererebbero il vate di Setubal e la sua organizzazione da minculpop. A Ramazzotti sono arrivate le scuse dell’amministratore delegato Paolillo e non dell’orgoglioso insultante, ancora scosso per il pareggio di Bergamo, alle prese con la rilettura del suo taccuino bibbia pieno di note o, forse, davanti allo specchio di casa per sapere chi è il più bello e il più bravo del reame. Non c’è da stupirsi e da urlare allo scandalo, l’attacco ai giornalisti, da parte dei tifosi, dei calciatori, dei dirigenti, degli allenatori, fa parte della storia bassa.

Segnalo che anche Fabio Capello, l’autentico numero uno degli allenatori, quando era alla fine della sua carriera di giocatore al Milan, si rese protagonista di un agguato, organizzato con il suo sodale Giorgio Morini, al giornalista Cerruti della Gazzetta dello Sport che continuava a «perseguitarlo» nei resoconti. Ma ai tempi erano altri i rapporti tra stampa e mondo del calcio e l’eventuale sudditanza apparteneva ai presidenti di club e non ai direttori dei quotidiani.
L’instabilità caratteriale e posturale di Mourinho lo porta, a volte, a smentire l’immagine di uomo al di sopra delle parti, di speciale, di veramente unico. Per chi non lo conosca. Mourinho è questo, irascibile, sicuro, diffidente, convinto, arrogante, elegante, maleducato, strafottente, riverente, represso, esplosivo, secondo educazione materna e il conseguente ego spropositato che formano il caleidoscopio della sua personalità.

Si avvicinano i giorni allegri delle feste e Josè Mourinho non può avere dimenticato quel natale cattivo, quando a casa squillò il telefono che interruppe il grande pranzo di famiglia. Suo padre Felix, prima portiere e poi allenatore del Vitoria futebol clube, alzò la cornetta e cambiò espressione del volto. Riappese e torno a tavola, comunicò ai parenti che il club lo aveva licenziato, dopo quella partita sbagliata tre giorni prima. Non credo che la storia si possa tramandare da padre in figlio, l’Inter può sbagliare, pareggiare, perdere ma resta la migliore di tutti e Moratti non è tipo da lasciarsi andare a gesti clamorosi (a parte quella dozzina abbondante di allenatori esonerati). Eppure Josè infelix Mourinho sta attraversando momenti difficili, la vita è aspra, avrebbe bisogno di affetto, le cose non vanno come vorrebbe: «Un allenatore ha due soluzioni: o concludere a fine scadenza il proprio contratto o aspettare di essere licenziato, una terza via, quella di dimettersi non esiste per me e non la farò mai nel rispetto dei tifosi del Chelsea» aveva proclamato ai giornalisti inglesi.

Lo slogan venne smentito dalle dimissioni annunciate via sms ai calciatori. L’uomo, dunque, non è di legno, semmai di platino e, ruffiani o incompetenti a parte, sa cavarsela egregiamente anche nelle ore delicate, gli bastano un insulto, un applauso di scherno, un segno di disprezzo e il gioco è fatto, i servi sciocchi sono contenti.
«Il mio desiderio è fuggire da ciò che conosco, fuggire da ciò che è mio, fuggire da ciò che amo. Desidero partire».

Non lo ha detto Josè infelix Mourinho. Lo ha scritto un altro portoghese. Non si tratta di Quaresma e nemmeno di Thiago. È il grande Fernando Pessoa. Bellissimi pensieri dell’uomo di Lisbona. E attuali.