La scoperta di Zac «Torino è granata, la Juve non esiste»

Intervista al tecnico del Toro che domenica torna a San Siro da rivale. «Ma niente rancori: a Milanello mi sentivo come a casa mia»

Franco Ordine

Caro Zaccheroni, finalmente è riuscito a domare questo Toro capriccioso: come ha fatto?
«Applicando un precetto calcistico semplice semplice: gli ho disegnato un vestito tattico su misura. Sono stato io ad adeguarmi alle caratteristiche del gruppo e non viceversa. Ho giocato a 3 e a 4 in difesa a dimostrazione, per rifarmi alla nota polemica ai tempi del Milan, che non sono poi un tipo così testardo».
Ma ha rischiato grosso: tifosi in agitazione, risultati deludenti, società sul punto di...
«Salire in corsa sul treno di una squadra a due giorni dall’inizio del campionato non è una felice idea. L’ho fatto perché col presidente Cairo ho sottoscritto un patto chiaro: mettiamo da parte le ambizioni, proviamo a costruire qualcosa di solido per il futuro, tra un anno penseremo a volare alto».
C’è qualcuno dei suoi ragazzi su cui è pronto a scommettere?
«Guardi l’età del gruppo: abbiamo qualche giovanotto di belle speranze e molti calciatori collaudati, dai trenta in su, Fiore, Pancaro, etc. Per età e per talento Rosina è di sicuro il più attraente».
Lei che ha lavorato con Silvio Berlusconi al Milan, trova qualche analogia con Urbano Cairo?
«Ai miei tempi ho sentito molto Berlusconi al telefono, era più presente a Milanello all’epoca di Sacchi. E ad ascoltare certi racconti di Arrigo le analogie mi sembrano evidenti».
Cosa le è rimasto di quei tre anni a Milanello?
«Mi sono sentito sempre come a casa. Avevo stabilito con Galliani un feeling specialissimo. Ho lavorato bene e nonostante l’epilogo traumatico, non riesco a provare alcun rancore nei confronti di nessuno».
Cosa l’ha colpita di più del mondo Toro?
«Due aspetti. I suoi tifosi hanno lo sguardo rivolto al passato e sono sensibili all’impegno profuso dalla squadra. Contro la Fiorentina abbiam perso ma siamo usciti tra gli applausi: cose che succedono solo a Torino, col pubblico del Toro».
Come vivono dalle sue parti la Juve caduta per illecito in serie B?
«Vuol sapere la verità?»
Certo...
«La Juve, a Torino città, è come se non esistesse. Non se ne parla. Sarà forse un semplice caso ma io incontro solo persone che si dicono tifosi del Torino e mi chiedono del Toro».
Se l’aspettava un Milan così malmesso?
«No, ma ho capito al volo quel che sarebbe accaduto. Quando ho saputo della partenza di Shevchenko per Londra, conoscendo i metodi di lavoro di Galliani, ho pensato: hanno tra le mani Henry oppure Eto’o. E invece non è arrivato né l’uno né l’altro. Allora ho pensato: sarà dura per loro, non ci voleva un mago a capirlo».
Sheva nel frattempo non se la passa benissimo col Chelsea...
«Perché non sanno di che pasta è fatto, del tesoro che ha nei piedi».
Che effetto le fa sapere che Maldini e Costacurta sono ormai al capolinea?
«Un effetto malinconico. Per il Milan sarà il vero passaggio verso un’altra frontiera. Il Milan ha vinto con Sacchi e con Capello, con me e con Ancelotti ma ha avuto sempre loro per protagonisti. Hanno un patrimonio genetico inestimabile. Paolo è riconosciuto come un fuoriclasse, Billy purtroppo ha avuto una carriera sottostimata. Non so se i loro eredi, penso ad Ambrosini, Gattuso, sapranno trasmettere lo stesso patrimonio».
Caro Zac, lei ha frequentato anche l’altra Milano, l’Inter: se l’aspettava di vederla così in alto?
«L’Inter e Moratti hanno sempre speso. Questa volta hanno speso bene, via i giocatori di talento, dentro quelli di forza. E hanno realizzato una squadra a immagine e somiglianza di Capello. Hanno una tale forza, fisica e tecnica, che non possono non vincere. Anche se non fanno gol subito hanno una tale sicurezza nei propri mezzi da giocare senza affanno, tanto prima o poi vinciamo, pensano».
Allora è l’Inter la big del campionato?
«Io preferisco la Roma, mi diverte, mi eccita, mi stupisce tutte le volte. E ha un rapporto qualità-prezzo molto alto. De Rossi e Aquilani sono due di grande avvenire, i migliori del vivaio azzurro».
Molti di noi storcono il naso dinanzi al campionato: lei come lo trova?
«Interessante per quel che accade in provincia. Guardate al lavoro di Giampaolo a Cagliari, Mazzarri a Reggio Calabria, Arrigoni a Livorno: squadre di piccolo calibro che giocano in modo diverso. Da noi, si giocava tutti allo stesso modo».
Gli arbitri sono un disastro: errori, sfondoni, gol fantasma. Come se ne esce?
«Sono giovani, inesperti ma finalmente liberati da un sistema perverso. Sbagliano ma si tratta di errori appunto, non di premeditazione. Io sto con loro».