Scoperte le vere pagine gialle: nell’elenco solo utenti cinesi

La polizia le ha trovate durante una perquisizione in un negozio a Roma. I nomi scritti in italiano e con gli ideogrammi

Gian Marco Chiocci Claudia Passa

da Roma

Pagine «gialle», nel vero senso della parola. Si ispira ai voluminosi libroni che ogni anno piovono nelle nostre case, ma sono un vero e proprio vademecum del commercio made in China l’elenco rintracciato nel retrobottega di un negozio cinese della Capitale nel corso di una perquisizione. Si chiama «elenco telefonico del commercio cinese», è aggiornato al 2005, ed è uno strumento insostituibile per districarsi fra le centinaia di negozi tutti uguali, tutti in serie e spesso perennemente vuoti, tutti assembrati nei quartieri più o meno «colonizzati» di tutt’Italia.
Le «pagine gialle» cinesi sono identiche alle nostre. Scritte per metà in italiano e per metà con i caratteristici ideogrammi utilizzati nel Paese più popoloso al mondo. La maggior parte dei recapiti sono indicati con numeri di telefoni cellulari, molti sono riferiti a ditte di import-export. Non manca nulla: pubblicità a colori in pagine intere patinate per i migliori offerenti, manchette bi-colore incastonate nelle interminabili colonne di indirizzi e numeri di telefono, famigliole con gli occhi a mandorla che sorridono attorno a una torta nella pubblicità di un servizio di trasferimento internazionale di denaro. I più «fortunati», poi, riescono a piazzare la propria pubblicità una pagina sì e una no, nella fascia in alto. A sinistra tocca a Milano, a destra tocca a Roma, in perfetta par condicio.
L’elenco è suddiviso per ottantotto province, più la Repubblica di San Marino che però vanta nella bibbia del commercio cinese solo un ristorante etnico recensito. La «palma gialla» spetta alla provincia di Roma, che da sola raggiunge quota 770 esercizi commerciali censiti, dei quali 22 nella struttura Commercity lungo via Portuense e la stragrande maggioranza nel quadrante che si estende tra piazza Vittorio Emanuele e la stazione Termini, che difatti si guadagna un capitolo a parte nelle pagine finali. Al secondo posto la città di Milano con le sue 690 attività commerciali cinesi, anch’esse dislocate per lo più fra via Bramante e via Paolo Sarpi. Spostandoci a sud, e precisamente a Napoli, accanto ai 173 negozi censiti vanno considerate le 97 attività ospitate nel «Cinamercato» di via Gianturco, che sull’«atlante» occupa due pagine in esclusiva. Segue Torino con le sue 164 attività, e al quinto posto sorprendentemente spunta la città di Prato, in Toscana, che oltre a contare ben 127 esercizi commerciali riconducibili alla comunità cinese e repertoriati nelle «pagine gialle», è stata recentemente teatro, assieme ad altre città italiane, dell’operazione «Marco Polo» condotta dai carabinieri del Nucleo ispettorato del Lavoro, assieme agli ispettori del ministero del Welfare e dei maggiori istituti previdenziali, che ha portato alla luce un pianeta sommerso di lavoro in nero, favoreggiamento all’immigrazione clandestina e contraffazione di griffe italiane.
Superano le 70 attività cinesi censite le città di Bologna (78), Firenze (77) e Genova (74). A quota 61 si «classifica» Catania, seguita a stretto giro da Padova (58), Venezia (49), Palermo (42) e Trieste (40). Spostandoci a Varese, i negozi presidiati dagli occhi a mandorla e repertoriati nelle «pagine gialle» si fermano a 39, attestandosi dunque sotto la soglia del quaranta, come pure Verona (34), Treviso (32) e Reggio Emilia (31). In coda alle 308 pagine, un capitolo scritto interamente in cinese e non sottotitolato per gli stranieri italiani.