Scoperto il segreto del «pietrificatore» di corpi

Francesca Di Biagio

I suoi concittadini lo chiamavano «il mago» perché aveva inventato la formula della «vita eterna»: una tecnica per conservarsi nel migliore dei modi nell’aldilà (applicata anche su Giuseppe Mazzini), che il geologo e anatomista Paolo Gorini non volle mai rivelare e che sarebbe tuttora sconosciuta se qualche mese fa qualcuno non l’avesse trovata trascritta in un faldone, depositato tra gli scaffali dell’Archivio storico di Lodi. E proprio l’autore della scoperta, il milanese Alberto Carli – non a caso conservatore del Museo anatomico «Paolo Gorini» di Lodi -, dopo aver svelato il segreto, ha deciso di trascrivere in un libro i particolari più interessanti della vita di questo personaggio che ha ispirato parte della produzione letteraria della Scapigliatura.
«Storia di uno scienziato. La collezione anatomica Paolo Gorini» (edizioni Bolis, 218 pagine, 20 euro) è un volume che raccoglie gli interventi di vari studiosi, tra cui Angelo Stroppa, Bruno Cozzi e Guido Broich (che ha scritto la prefazione) sulla figura di questo geologo e preparatore anatomico, vissuto dal 1813 al 1881, pavese d’origine, lodigiano d’adozione e vicino alla Milano degli scrittori e letterati della seconda metà dell’Ottocento.
Paolo Gorini esercitava un mestiere insolito, se non macabro, ma piuttosto diffuso nel periodo in cui visse: il conservatore di salme. O forse sarebbe più appropriato dire il «pietrificatore», in quanto aveva messo a punto, tramite preparati chimici, un processo di fissazione che conferiva al cadavere la solidità di una pietra. La sua professionalità era altamente richiesta: imbalsamò Giuseppe Mazzini, il padre della Scapigliatura Giuseppe Rovani e sembra che i parenti di Alessandro Manzoni si fossero pentiti di non avergli affidato le spoglie del loro congiunto, «vittima» di un cattivo intervento di conservazione.
Questa sua fama gli procurò non poche invidie, soprattutto da parte dei medici che lo definivano un ciarlatano, in quanto privo di titoli accademici. Gorini, infatti, professore di matematica e scienze naturali al liceo di Lodi, non arrivò alla pietrificazione attraverso la medicina, ma tramite lo studio della geologia, immaginando di creare un fossile in un tempo infinitamente inferiore a quello richiesto dalla fossilizzazione naturale e mediante composti chimici.
Ci fu anche però chi fu affascinato dal suo lavoro, come gli scapigliati milanesi, che ne trassero spunto per racconti e poemi. Carlo Dossi fu un grande ammiratore del Gorini e gli dedicò numerose pagine nelle sue «Note azzurre». Sembra inoltre che Camillo Boito si fosse ispirato alle migliori tecniche di conservazione dei cadaveri dell’epoca nella stesura di «Un corpo».
Paolo Gorini non si occupò solo di pietrificazione, ma anche di cremazione, soprattutto negli ultimi anni, sotto la pressione dei medici amici Agostino Bertani e Gaetano Pini. I due metodi non sono affatto antitetici, come spiega nel libro Maria Cannella, entrambi hanno infatti la funzione di evitare la decomposizione del corpo: una paura che doveva ossessionare anche Gorini e che lui stesso esorcizzava con il suo mestiere.