Scoperto il tesoro di Robinson Crusoe

Giuseppe De Bellis

Il tesoro c’era davvero. Daniel Defoe l’aveva soltanto immaginato: l’aveva fatto raccontare dal suo Robinson Crusoe, il padre di tutti i naufraghi solitari: «Fu un grande peccato che non mi fosse toccata in sorte l'altra metà della nave spagnola, perché certamente portava a bordo un grosso tesoro». C’era, ma non era sulla nave. Né in fondo al mare. Era sulla terra, dove nessuno per qualche centinaio di anni ha camminato per avvicinarsi all’acqua, immergersi e cacciare la fortuna. Era lì, dove un naufrago non se l’aspetterebbe mai, perché è il mare che inghiotte, fa dimenticare e alimenta il mito. Allora eccolo: ottocento tonnellate d'oro, il tesoro segreto di un gruppo di pirati. È lì, in quel pezzettino di terra dove fu ambientato il romanzo che è diventato una leggenda. Lì è al largo delle coste del Cile, in pieno Oceano Pacifico. L’isola oggi si chiama Mas a Tierra, ma per tutti è «l’isola di Robinson». Perché Defoe la scelse come approdo del suo personaggio, la individuò come il microcosmo dal quale raccontare il male dell’umanità, lì dove l’uomo borghese apprende i segreti della sopravvivenza e condivide i suoi sogni con un selvaggio muto e lo battezza con un nome rubato al calendario: Venerdì. Il posto che milioni di ragazzi hanno immaginato leggendo il libro adesso entra nella storia. E l’ironia vuole che ci entri grazie a un robot. Un oggetto del futuro che è andato a scovare una meraviglia del passato.
La «febbre dell'oro», quindi. In Cile, raccontano i quotidiani e la tv di Santiago, si è scatenata la corsa alla ricerca di un pizzico di notorietà. Tutti vogliono imitare la Wagner Tecnologias, l’impresa proprietaria di quel robottino. Due giorni fa, l’azienda ha comunicato ufficialmente alle autorità nazionali che a nord dell'isola di Robinson, nella zona nord di Cerro Tres Puntas, sarebbero nascoste ottocento tonnellate d'oro, diamanti e gioielli. La meraviglia. Due giorni fa: un venerdì. Le ricerche sono state condotte da Manuel Salinas, l'ingegnere che ha creato il robot utilizzato anche nella Colonia Dignidad, dove si voleva dare la caccia alle armi nascoste dai nazisti dopo la fine della seconda guerra mondiale. Il tesoro dell'isola sarebbe di origini Inca: inizialmente depredato dagli spagnoli, passò di mano ai corsari che lo nascosero nell'isola di Robinson Crusoe.
L'équipe dell'ingegner Salinas ha iniziato i lavori di ricerca nella zona di Bahia Cumberland, in direzione di Puerto Ingles, dove già da sei anni l'americano Bernard Kaiser stava cercando lo stesso tesoro con l'aiuto di dodici isolani assunti con l'esclusivo compito di cercare l'oro dei pirati. Ma in quella zona il robot non dava alcun segno. A quel punto la spedizione si è spostata verso Cerro Tres Puntas, e in quella zona l'apparecchiatura ha iniziato a inviare segnali, indicando sempre lo stesso punto. Quello giusto. Con il bottino c’è anche un gioiello particolarmente prezioso, una leggendaria «rosa d'oro» depredata agli Inca dagli spagnoli e spostata nel diciottesimo secolo dai corsari nell'isola di Robinson, dove sarebbe stato nascosto. Il governatore della Quinta Regione, Luis Guastavino, ha spiegato che le autorità agevoleranno in tutti i modi i lavori di scavo ma nel rispetto dell'isola: «È una notizia che ci rende molto felici. Cose così non capitano tutti i giorni. Il governo regionale agevolerà in ogni modo gli scavi nel rispetto della fragilità della zona, ma in modo da permetterci di vedere con i nostri occhi questa meraviglia».
Nel paese di Juan Fernandez, il più vicino al presunto tesoro, la notizia si è sparsa rapidamente e gli abitanti attendono con ansia, anche se si dicono convinti che l'isola nasconde ben più di un tesoro. Il sindaco, Leopoldo Gonzalez, invita alla calma: «Per noi si tratta di una terza esperienza. Nel 1951 Matias Cousino era sicuro di aver trovato il tesoro, poi arrivò Bernard Kaiser, disse che l'aveva trovato e invece non era così. Questa notizia è eccezionale, stiamo parlando di ottocento tonnellate d'oro, però dobbiamo affrontarla con calma, ed essere pronti a qualsiasi cosa». Vuole calma, ma Gonzalez prega che stavolta sia vero. Prega perché il tesoro aprirebbe le porte a un altro tesoro: il turismo. Come è successo per l’Anatolia: nel 1873 l’ultimo giorno degli scavi alla ricerca della civiltà di Troia, Heinrich Schliemann scoprì la cosa più bella che gli potesse capitare. La moglie Sophie gli indicò un oggetto, lo pulirono. Ne raccolsero altri, più di ottomila. Non era il tesoro di Priamo, come pensava Schliemann. Fu leggenda lo stesso.
Giuseppe De Bellis