Scoppia il caso della bestemmia di Orlando

Il caso nasce, tra qualche brusio della platea, quando, a nome dell'Avvenire, un collega chiede se fosse proprio necessario mantenere quella bestemmia. Antonello Grimaldi, cineasta sardo dalla voce soave, ribatte così: «Stava nel libro, è sembrato giusto lasciarla. Ma ci dispiace se la gente ride. Mi pare una bestemmia cattolica, forse un atto di ribellione infantile ma doloroso, viene da un uomo in crisi che abbandona tutto per raggiungere il fratello missionario nello Zimbabwe». In effetti, l'imprecazione scatta improvvisa, disturbante, colpisce duro. A pronunciarla il tormentato Samuele, incarnato da Silvio Orlando. Capo del personale alle prese con una devastante ristrutturazione, raggiunge il manager vedovo Moretti sulla panchina per dirgli che intende andarsene. Legge la lettera di dimissioni: «Ecco perché non si è ancora vista una sola grande fusione che non sia fallita, porca della m... , nel giro di un anno o due». Il protagonista trasecola, ha di fronte un cattolico credente e osservante, non capisce il perché di quello scoppio d'ira. «Dov'era questa bestemmia, prima? È venuta da dentro di me, dal profondo, ma io dove la custodivo?», fa dire Veronesi al personaggio, nel romanzo.
Comunque si giudichi la scena, niente a che vedere con l'incontinenza verbale di Ceccherini all’Isola dei famosi o di Baccini a Music Farm. Semmai siamo più prossimi a L'ora di religione di Bellocchio. Dove il fratello psicolabile e matricida, tormentato da fratelli, parenti ed ecclesiastici, sfoga la rabbia attraverso il supremo sacrilegio: la bestemmia. L'unico ad abbracciarlo è Ernesto, ovvero Castellitto, l'ateo schierato contro la famiglia ipocrita. Abbraccia il minorato, cerca di calmarlo, perché davanti a lui non c'è un peccatore ma un malato. Ne nacque un vivace dibattito, alla fine, ragionevolmente, la scena fu tagliata in vista del passaggio tv. Una bestemmia risuona pure in Anche libero va bene di Kim Rossi Stuart, e di nuovo se ne parlò.
In Caos calmo il testamento teo-aziendale vergato da Samuele riassume - si direbbe - il disagio di un credente deluso dagli uomini, non da Dio. Andava tolto quell'urlo blasfemo? Forse sì. Eppure tornano alla mente i versi di La pietà, laddove il cattolico Ungaretti, dicendo dell'uomo, scrive: «Ripara il logorio alzando le tombe / e per pensarti, Eterno / non ha che le bestemmie».