Scoppia la rissa ma Prodi pensa a quella italiana

Londra detta condizioni, Varsavia urla e guadagna, perfino Praga pesa di più E noi? Semplici spettatori

nostro inviato a Bruxelles

«Ottimo e abbondante» erano pronti a sostenere Romano Prodi e Massimo D'Alema nel commentare il risultato di un «vertice dei vertici» che doveva rimettere faticosamente in moto la macchina Ue. In realtà si sono trovati a inghiottire amari calici, senza contare tutta una serie di calci negli stinchi interrotta appena appena da una gelida indifferenza.
Di fatto, al di là dell'esito del summit, ancora incerto a notte fonda, l'appuntamento sarà ricordato per il fatto che gli inglesi hanno dimostrato un'ennesima volta che senza il loro placet non ci si muove. Che i polacchi hanno mostrato (fin troppo) al mondo che a far la voce grossa ci si può guadagnare. Gli olandesi avevano ottenuto che i Parlamenti nazionali tornassero ad avere voce rispetto alle imposizioni comunitarie. Persino i cechi sembravano uscire dalla due giorni ricavando un pizzico di maggior peso. Senza contare che Sarkozy, al suo esordio, era riuscito a cancella dal trattato quel principio di «libera concorrenza» così da tornare a Parigi come colui che ha messo in piedi il meccanismo per evitare di dover vendere i servizi ritenuti essenziali agli stranieri.
E l'Italia? Non pervenuta. Qualche rassicurante «sono ottimista» di Prodi, pronto a spiegare di essere in linea con la Merkel; mille assicurazioni che le nostre linee rosse non sono state toccate (ma quali fossero, non lo si è capito...). Mai come questa volta Roma ha fatto da spettatrice. Anzi: qualcosa di peggio.
Era il primo pomeriggio infatti quando centinaia e centinaia di giornalisti hanno guardato sbigottiti Prodi e D'Alema attraversare di soppiatto il corridoio centrale dirigendosi verso l'uscita. Mentre infuriavano i bilaterali e si combatteva su percentuali, opt out, regolamenti e pandette, il duo s'incamminava lentamente verso quella che era l'abitazione di Prodi presidente della commissione e che ha ora passato al fratello Vittorio, europarlamentare. Un caffè con D'Alema e la moglie Flavia che lo aspettava là? Possibile. Ma anche dell'altro. Come provvedeva a far sapere il fedele Sircana, il duo era impegnatissimo in problemi tutti italiani: la lettera scarlatta dei 4 ministri dissidenti della sinistra, a quel che si è saputo. Anche se nei boatos spuntavano pure telefonate a Veltroni sulle sorti del Pd.
Mentre in sostanza in 26 discutevano del futuro europeo, accapigliandosi e tirandosi ultimatum, Prodi e D'Alema preferivano i problemi di casa loro: come resistere all'offensiva interna? Perché tanto a quella della cavalleria polacca e dei bombardieri di Blair ci potevano pensare benissimo la Merkel, Zapatero e il resto della compagnia. Con politici e giornalisti stranieri che non potevano non notare la loro prolungata assenza. Né il risultato che il duo porta a casa sembra gran che spendibile. Proprio l'11 giugno, da Siena, Napoletano aveva tuonato contro le pretese britanniche. Prodi a Strasburgo il 22 maggio aveva ricevuto applausi dichiarando che avrebbe difeso strenuamente il vecchio testo, a costo di mettere veti. Premier e ministro degli esteri son ripartiti da Bruxelles convinti di figurare nell'elenco dei vincitori. Un vecchio funzionario della comunità, tutt'altro che di centro-destra, commentava lapidario: «Fosse stato Berlusconi al loro posto, l'avrebbero già linciato!».