Scordatevi Aretha, ormai le voci nere sono troppo bianche

L’eccezione è Macy Gray, tornata tra noi con un album nuovo, Big. Figlia tardiva d’un mondo che non ha più corso, se non per carsici ritorni di moda, Macy insiste a parlarci di soul nel senso che un tempo s’attribuiva al termine, prima che il mercato lo snaturasse costruendovi sopra un’arcadia di motivetti abboccabili e vocine garbate. Alla quale lei, indomita, oppone la sua voce sfilacciata, il suo stile da suburra, il suo fraseggio selvatico.
Poi ci sono gli emuli, che l’hit parade si contende a colpi di dischi d’oro: la Norah Jones di Not too later, la Joss Stone di Introducing, l’Amy Winehouse di Back to black, un titolo un programma. E ancora Stay, ultimo carezzevole manufatto dei Simply Red di Mick Hucknall, detto il rosso ma niente paura, è per via del colore dei capelli. Sono gli abatini e le monacelle di quello che il mercato dell’intrattenimento intende, oggi, per black music: soul al cioccolato, sì, ma con tanto latte, nata dalla testa più che dal ventre, accomodante e ibrido. Quello insomma che espugna più facilmente le classifiche e stimola il mimetismo di tanti cantanti nostrani, convinti che cantare “alla negra” costituisca un quarto di nobiltà in più, un merito a prescindere. Anche se non sta scritto da nessuna parte, che per un cantante di Catania o di Pordenone, essersi formato sul modello di Aretha Franklin anziché su quello di Celentano sia di per sé una virtù. È l’ennesimo frutto di quella sindrome coloniale che affligge noi italiani, nei confronti della cultura e della subcultura americane, fin dal dopoguerra - sindrome attizzata dalle multinazionali con l’aiuto d’un giornalismo e di una radiofonia sempre più embedded. Tant’è che quando, anni fa, Giorgia vinse il festival di Sanremo, il maggior merito che le fu accreditato non fu d’avere una bella voce, ma d’avere una voce «nera». Così come accade al catanese Mario Biondi, star emergente del soul nostrano, celebrato, più che per i meriti artistici, per la somiglianza timbrica con Barry White. Del resto «quando è moda è moda», cantava Gaber che le mode, vivaddio, le coltivava poco. E allora avanti tutta con i nuovi eroi del soul vero o presunto. In testa la sguaiata, vissuta, viscerale, insomma lei sì autenticamente «nera» Macy Gray che, potete scommetterci, sopravviverà anche quando la moda del finto soul sarà tramontata. E poi Norah Jones che è figlia del sommo sitarista Ravi Shankar, il Bach della musica indiana, e mescola l’innata vocazione all’elegia con un’adeguata educazione quasi-jazz e quasi-soul. Poi Joss Stone, diciannove anni, nuda e tatuatissima, tra le braccia d’un giovanottone nudo e tatuatissimo, sulla copertina del suo terzo cidì, che intreccia archi sinfonici e seduzioni soul-funk. E l’ultima arrivata Amy Winehouse, inglese, fisico da teenager e voce da veterana del gospel: un talento sornione, in bilico tra sogghigno e calibrata selvaggeria, piglio «vissuto» e sensualità quasi sbarazzina. Epitome, dunque, geniale del piglio bifronte con cui il soul si ripresenta nella vetrina del pop.