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Minimo comun denominatore: la loro gioventù. Per il resto gli artisti del «Complexions contemporary Ballet» profumano come un bouquet di fiori raccolti a caso in prati e boschi diversi e lontani. Una babele di idee, cultura, provenienza, lingua, perfino di taglia: c’è il Golia che riempie la scena e il Davide, svelto fra piroette ed échappé. Così vollero, con una brillante idea, Dwight Rhoden e Desmond Richardson: virtuosi danzatori e fedeli seguaci della scuola di pensiero del maestro Alvin Ailey, quando sciamarono dalla sua compagnia lo fecero per fondarne una tutta loro senza dimenticare nemmeno una virgola di quanto imparato.
A New York - correva l'anno 1994 - i due coreografi crearono Complexions con un obiettivo: riunire artisti da discipline diverse in una sola stanza e fare della loro interazione un trampolino per una creatività innovativa e rivoluzionaria. Per cercare ballerini adatti, Rhoden e Richardson setacciarono l'ambiente della tv, del cinema, dell'improvvisazione culturale, della moda e della fotografia. Poi, non paghi, passarono al teatro, alla danza metropolitana e al pop. Utilizzarono la danza come linguaggio comune per approfondire la loro ricerca sulla diversità e il multiculturalismo.
Ed ecco le loro «complexions», che altro non sono che «a concept in dance», un'idea diversa in ogni danza, in ogni lavoro imbastito col sudore e la fantasia. E questo già non è poco. Ora, dopo 14 anni di «convivenza» quell'enfant prodige di balletto è una compagnia eterogenea e affermata, una sorta di microcosmo dell'unità globale.
A Milano Complexions «sbarca» con cinque coreografie suddivise in tre atti. Alcune, come Lament dove a danzare è lo stesso Richardson, sono cavalli di battaglia della compagnia newyorchese. Le altre datano tutte fra il 2006 e il 2007. Ad occupare l'intera prima parte è una sorta di lettera, Dear Frederic, un omaggio a Chopin che mai scrisse un balletto. Semmai furono molti poi a creare coreografie sulle sue musiche. Inventarne una nuova poteva sembrare un’opera disperata, ma nel 2007, Rhoden, senza timori riverenziali, riuscì nell’impresa, creando un balletto che sa coniugare posizioni classiche con repentine movenze di danza moderna. Nel secondo atto c'è posto per tre coreografie. Due portano ancora la firma di Rhoden: ad emozionare a ritmo blues è Moody Booty Blues, mentre Bound si affida alle musiche di Vivaldi ed Haendel.
Complexions
Teatro degli Arcimboldi
Stasera e domani alle 21
Per info: tel 02/641142212