Scorsese: «Penso a un film su di lui»

Nostro inviato a Madrid

Ma guardatelo come arriva veloce giusto in tempo per vedersi l’inizio del concerto. «Sono un suo grande fan, lo apprezzo da sempre» dice Martin Scorsese sedendosi in tribuna al Palacio de Deportes, lui in mezzo alla gente qualsiasi anche se è vestito come al solito e quindi lo riconosci subito: occhialoni con la montatura nera da nerd, abito nero, camicia bianca e sorriso spalancato forse perché qui, anche se fuori non vendono hamburger ma panini con il jamon serrano, c’è quell’aria dell’America che gli piace, che ha paura dei Goodfellas e che magari ha un taxi driver come vicino di casa ma si riconosce nell’orgoglio ideale e feroce di Departed. O forse c’è qualcosa di più, forse è lavoro e Scorsese, che è rock anche quando va indietro fino a fine Ottocento nella New York dell’Età dell’innocenza, è venuto qui perché ha in mente Springsteen come ha avuto in mente Bob Dylan oppure i Rolling Stones: per metterlo dietro la telecamera e «let the music do the talking», lasciate parlare la musica. Però guai a disturbarlo: da Radio nowhere fino a Dancin’ in the dark, segue il concerto, scuote la testa al ritmo della batteria di Max Weinberg, si fa spiegare che cosa succede dai suoi accompagnatori che indicano ora il Boss, ora le luci, ora l’incedere stanco di Clarence Clemons che dal proscenio va ad accomodarsi su di una sorta di seggiolone ai margini del palco. Spunta, lui che è piccolo così, tra la selva di mani e i suoi capelli bianchi (ha appena compiuto 65 anni, auguri) li vedi fin da lontano.
Poi esce, giusto un attimo prima che inizi la conclusiva American Land. E allora, sfilando veloce com’era arrivato, dice che è stato un grande concerto, e lo dice anche con gli occhi, entusiasti. Poi, prima di sparire nel freddo di Madrid, aggiunge che «ho in mente di girare un film su Springsteen» e allora sì che tutto si inquadra come si deve. Dopo aver indagato il Bob Dylan di No direction home (più o meno: non si va a casa) e i Rolling Stones di Shine a light (Splende una luce, uscirà ad aprile), Martin Scorsese guarda nel buio dentro casa, nell’America sbigottita, delusa, maltrattata e sempre rinascente che Springsteen va cantando sin da quando era soltanto l’omino là in fondo nei localini di Asbury Park. E allora c’è qualcosa di più vicino a Scorsese delle parole di Born to run? Del «tutti sono in corsa stasera ma non c’è più posto dove nascondersi» che, quasi in chiusura, ha fatto esplodere il Palacio?
Alla fine no.
Springsteen è nato per correre e Scorsese per star dietro a chi, come lui, non ha ancora voglia di fermarsi neppure per prendere fiato.