SCORSESE RITRAE IL VERO DYLAN

Quando un grande cantante come Bob Dylan diventa il «pallino», l'icona musicale di un grande regista come Martin Scorsese ne viene fuori un documentario come No Direction Home: Bob Dylan (giovedì sul canale satellitare Jimmy, ore 21) a trent'anni di distanza da The Last Waltz che fu il suo primo omaggio al talento del folkman americano. Il nuovo documentario percorre gli inizi della carriera di Dylan, quelli che vanno dal ’61 al ’66, ed è ricco di immagini inedite tratte soprattutto dai concerti del ’63 e ’64 del festival Folk di Newport e dall'esibizione del ’66 al Free Trade Hall di Manchester. A parte la suggestione delle immagini e la curiosità di osservare i primi passi musicali del giovane Dylan, il suo modo scontroso di proporsi al pubblico, il misto di timidezza e spavalderia mostrato nelle conferenze stampa, ciò che risulta di maggiore interesse è la ricostruzione artistica e psicologica del personaggio. Se è vero che gli inizi sono fondamentali in ogni percorso professionale, e che spesso gli artisti producono le loro cose migliori allo stato nascente di una creatività ricca di energia fresca, Scorsese sembra voler mettere insieme quanti più tasselli possibili del composito puzzle di Dylan per individuarne le linee guida, e lo fa attraverso interviste a chi gli è stato vicino come Allen Ginsberg, Joan Baez, Pete Seeger, senza tenere contatti diretti con il cantante (di cui vengono riportati brani di interviste) per non rischiare condizionamenti e mantenere il giusto distacco. Il risultato è corposo, quanto di più articolato si potesse raccogliere sull'indole artistica e caratteriale di Dylan, sulle sue predilezioni musicali, sulla sua formazione poetica (Verlaine e Rimbaud, per sua stessa ammissione), sull'influenza di certi miti musicali (Woody Guthrie su tutti), sulle prime audizioni immancabilmente difficili (per taluni era troppo «freak», altri non colsero la sua originalità), sulla sua ostinata determinazione («Non ho mai rinunciato tanto facilmente - confessa Dylan - alle cose che funzionavano secondo il mio punto di vista, non sapevo se la canzone che avevo appena scritto era una bella canzone, ma sapevo che era giusta»). Vale la pena ricordare in ordine sparso alcuni dei giudizi espressi su di lui da amici e conoscenti che Scorsese è andato a sentire: «Un amplificatore del subconscio collettivo americano», «Esprimeva fin dall'inizio ciò che tutti gli altri sentivano ma non riuscivano a dire», «Uno sciamano, nel quale tutta la consapevolezza si concentra nel respiro», «La sua poesia ha una potenza tale da farti rizzare i capelli», «La sua musica ha sempre rappresentato il suo tempo».