La scorta, quegli agenti-ombra sempre a un passo dalla morte

Il 44enne protagonista della sparatoria in via Monte di Pietà racconta
la storia di chi si trova in un attimo esposto in prima linea

Può succedere, prima o poi. Ma forse nessuno di loro ci pensa mai veramente. Alessandro M., 44 anni, assistente capo della polizia di stato in servizio al reparto scorte della questura di Milano (un centinaio di uomini in tutto), il cosiddetto «incontro con il destino» non l’ha cercato, non l’ha voluto. Semplicemente è capitato. E nemmeno in un luogo straordinario, incredibile, da raccontare. Ma in una sera qualunque, al termine del servizio, in un corridoio al quinto piano di uno stabile di via Monte di Pietà, nel cuore di Milano, dove abita Maurizio Belpietro, direttore del quotidiano «Libero», l’uomo di cui Alessandro, insieme a un collega, è l’ombra dal gennaio 2003, il suo caposcorta. Lì il poliziotto ha incontrato l’uomo che, forse, aveva organizzato un attentato contro il direttore. E che, invece, per poco non ha mandato lui all’altro mondo.
«Tutto come sempre, era andato tutto come sempre - ha ripetuto lui quasi ossessivamente ieri pomeriggio al questore Vincenzo Indolfi, dopo aver steso una lunga relazione, fornito gli elementi per un identikit dettagliatissimo ed essersi concesso una discreta dormita («ma neanche tanto» ha poi sdrammatizzato) -. Avevo appena accompagnato il direttore, dopo averlo prelevato alle 22.25 alla sede del quotidiano di viale Majno, su nel suo appartamento, come ogni sera, usando l’ascensore. Erano le 22.40 circa. Ci siamo salutati. Sono sceso giù per le scale, lo faccio spesso...Finito di lavorare mi vien voglia di una sigaretta, in ascensore non si può e lì...Lì l’ho incontrato».
Dopo aver fatto sei scalini per scendere, infatti, Alessandro M. incrocia un tizio che sale. Alto un metro e ottanta, massiccio ma atletico, camicia grigio-verde «con delle decorazioni sul colletto che avrebbero potuto essere scambiate per mostrine militari, ma non è detto» su un paio di pantaloni della tuta. I due si guardano. Un secondo, anche meno; lo sconosciuto, che tiene la mano sinistra appoggiata alla ringhiera, alza la destra: impugna una semiautomatica scura, molto simile a quelle della polizia, la punta in faccia al poliziotto, preme il grilletto. «Non ho pensato, non ne ho avuto il tempo. Ho sentito il “click”. Sembrava uno scherzo. Non lo era: quel tizio è corso giù dalle scale».
Alessandro M. continua a non pensare, non può scegliere, nel suo lavoro non c’è scelta. Così prima si ripara velocemente dietro una colonna, estrae l’arma d’ordinanza e poi si mette all’inseguimento dello sconosciuto, gli spara tre colpi. Che vanno tutti a vuoto: uno finisce nel corrimano della ringhiera, l’altro nel battiscopa, il terzo, l’ultimo - sparato tra il terzo e il quarto piano - sfonda una vetrata delle scale e si conficca nel pianerottolo. Lo sconosciuto non spara mai e non si volta mai. Corre e basta.
«Ho capito subito che quell’uomo doveva conoscere bene il palazzo perché all’improvviso non l’ho più visto - ha raccontato ancora Alessandro M. al questore -. Non poteva essere uscito in via Monte di Pietà, per finire “in braccio” al collega che mi attendeva in macchina (e che dichiarerà poi di non aver sentito nessuno degli spari, ndr)...L’ho visto infilare una porta che conduce dentro lo stabile, nel cortile sul retro».
Lo sconosciuto, infatti, ha già raggiunto i garage interni di via Monte di Pietà, ha scavalcato un muro non alto ma nemmeno troppo basso ed è sparito tra via Fratelli Gabba e via Borgonuovo: quando arrivano i colleghi di Alessandro M., quelli delle volanti, è troppo tardi persino per tentare di acciuffarlo.