Scotland Yard furiosa: «Dateci il kamikaze»

Tra le possibili soluzioni una «consegna» temporanea

Claudia Passa

da Roma

Il match italobritannico sulla sorte di Hamdi Adus Issac non ha ancora assunto i toni dell’incidente diplomatico. La contesa s’è consumata fra dichiarazioni «informali», scarni comunicati e indiscrezioni pilotate con sapiente maestria. Ma la partita è tutt’altro che chiusa: la Gran Bretagna ha fretta di riportare oltre-Manica l’etiope arrestato a Roma, che solo per un errore il 21 luglio non ha ripetuto alla Sheperd bush station la mattanza di due settimane prima. La magistratura italiana, dal canto suo, non ha intenzione di «mollare l’osso» prima di aver chiarito le ragioni che hanno condotto il fuggitivo a Roma, e la natura della rete di contatti, familiari e non, che ne ha coperto la fuga. Segno che, nonostante le rassicurazioni, l’ipotesi che l’approdo italiano di Hamdi celi un sottobosco da monitorare con attenzione è tutt’altro che archiviata.
La fretta degli investigatori britannici, da subito motivata con l’esigenza di inchiodare grazie al «loquace» Hamdi complici e mandanti del fallito attacco alla tube, s’è fatta spasmodica da quando l’etiope ha detto agli inquirenti italiani che quell’azione «dimostrativa» non voleva uccidere nessuno. Versione che stride con le perizie sui micidiali zainetti-bomba del 21 luglio. In una Londra preoccupata da una «terza cellula» pronta a colpire, e ancora ieri scossa da un falso allarme per un autobus fumante a King’s cross, ogni giorno è considerato prezioso. Per questo il Times riportava ieri il nervosismo della polizia britannica per non aver ancora potuto interrogare il mancato kamikaze, alla cui cattura Scotland Yard, oltre all’Mi5 e al Sismi, ha fornito un contributo determinante. «Abbiamo urgentemente bisogno di parlare con lui - ha detto al quotidiano una fonte governativa - ma non è chiaro cosa accadrà ora che l’etiope è incriminato in Italia».
Hamdi, infatti, è accusato dalla procura di Roma di associazione terroristica, e gli sviluppi del procedimento a suo carico potrebbero condizionare i tempi di «consegna» sulla base del mandato di arresto europeo spiccato dalla Corte di Bow street. Finché la sua posizione in Italia non sarà chiarita, le autorità inglesi potranno interrogarlo solo con una rogatoria «oppure - spiegano alla Corte d’appello - tramite una "consegna temporanea"».
Un piccolo giallo ha inoltre contribuito a gettare benzina sul fuoco: il mandato di cattura europeo è infatti arrivato a via Arenula il 1° agosto. Ma ieri pomeriggio un portavoce della magistratura britannica - sollecitato a replicare ai giudici italiani che avevano parlato di una trasmissione incompleta di documenti - faceva sapere che l’incartamento era partito il 29 luglio, e lo stesso giorno era stato «girato» tramite Interpol alle autorità italiane. «Nessuno mente - spiegano al ministero della Giustizia -. Ma la procedura impone che il carteggio arrivi nella lingua del Paese che deve concedere l’estradizione. La prima versione è arrivata in inglese, e solo il primo agosto sono stati trasmessi gli atti in italiano». Domenico Massimo Miceli, il giudice d’appello incaricato della questione, spiega che «in effetti la documentazione arrivata da Londra è quasi del tutto completa. Il nostro iter è veloce, quello del ministero anche. Eventuali difficoltà sono dovute alle indagini della procura di Roma».
A metà pomeriggio, dal Viminale parlavano di «indagini congiunte» fra le due polizie, precisando che la polizia italiana «sta fornendo alla magistratura ogni contributo per valutare rapidamente la posizione di Hamdi e accelerare, ove possibile, l’iter di estradizione». Franco Ionta, capo del pool antiterrorismo della procura di Roma, conferma «la massima collaborazione con le autorità inglesi, compresa quella derivante da eventuali rogatorie». Il riferimento è alla doglianza da parte della polizia britannica per non aver ancora potuto interrogare l’etiope. «Per poter svolgere l’interrogatorio - spiega Ionta - è necessaria una rogatoria. Da parte nostra c’è tutta la collaborazione, basta utilizzare gli strumenti tecnici che ci sono». Anche il pm Pietro Saviotti parla di «collaborazione», e aggiunge: «Se prevarrà l’ipotesi di reato formulata in Gran Bretagna per il fallito attentato è un conto, ma se emergessero fatti che dovessero confermare l’esistenza di una rete italiana, allora le cose cambierebbero... ».
Ciò vuol dire che le rassicurazioni dei giorni scorsi sul carattere meramente «familiare» dei contatti italiani del mancato uomo-bomba potrebbero essere una speranza più che una certezza? «Rispondo in inglese - chiosa Ionta -: no comment».