Lo scout genovese in fuga per fare ricerca

Tra un paio d’anni avrà un laboratorio tutto suo: «In Italia i giovani devono solo fare gavetta»

Federica Seneghini

Luca Onnis, genovese, ex Cassini, 31 anni, ex scout Genova 12, da due anni «in fuga» alla Cornell University (New York). A capo di un progetto di ricerca finanziato dal National Istitute of Health con il desiderio di poterlo continuare un giorno in Italia. Una laurea in traduzione, un dottorato in psicologia cognitiva, si occupa di scienze cognitive, in particolare di apprendimento del linguaggio e dei meccanismi coinvolti nel parlare e nell'ascoltare. «Tra uno o due anni potrò ottenere la posizione di Assistant Professor, con un laboratorio mio in cui condurre la ricerca e formare nuovi ricercatori. Il rischio di tornare in Italia sarebbe quello di rimanere precario per molti anni», afferma il dottor Onnis. Perché la scelta di trasferirsi all'estero? Determinante è stato l'interesse di questo giovane ricercatore nei riguardi degli aspetti cognitivi del linguaggio: «Dopo la laurea sapevo che avrei potuto scoprire qualcosa di ciò che mi interessava solo unendo conoscenze e prospettive provenienti da aree diverse: la linguistica applicata, l'analisi statistica di campioni di linguaggio veramente usato dai parlanti, gli esperimenti di psicologia cognitiva e le simulazioni al computer. All'estero ho trovato studiosi che stavano avviando ricerche interdisciplinari in questa direzione: mi era stato sconsigliato di restare in Italia dal mio relatore di laurea». Un tipo di studio dunque molto interdisciplinare, che unisce aspetti di linguistica con aspetti di psicologia cognitiva e neuropsicologia come per esempio l'uso dei «potenziali evocati, una tecnica simile all'elettroencefalogramma ma molto più accurata, per misurare come si attivano certe aree del cervello in funzione di specifici compiti linguistici utilizzando i modelli computazionali propri di discipline come l'informatica. In Gran Bretagna e negli Usa i programmi di studio interdisciplinari sono molto forti e incoraggiati: si studiano vari aspetti non legati dalla stessa disciplina ma da una domanda.
Come reagisce la gente in Italia a sentirla parlare di percorsi di ricerca tanto innovativi?
La gente si stupisce e si chiede come questo percorso possa essere coerente e possibile. Com'è possibile utilizzare i potenziali evocati se non si ha una laurea settennale in Medicina? All'estero questo tipo di percorso interdisciplinare è accettato e incoraggiato dagli stessi docenti che cercano nuovi ricercatori con un background vario e interessi molteplici».
Questa metodologia di studio è portata avanti anche in Italia?
«In alcuni centri: la Sissa di Trieste per esempio ma l'idea di unire gli sforzi di varie discipline e formare studiosi che abbiano competenze multidisciplinari è una forza del mondo della ricerca degli Usa e della Gran Bretagna».
Insomma un cervello genovese «in fuga»?
«Il termine “fuga” è un po' fuorviante. Non c'è niente di male a formarsi in parte all'estero: questo in Usa o in Gran Bretagna è molto apprezzato. Di solito per diventare un buon ricercatore occorre fare esperienza in laboratori diversi, sviluppando competenze, modi di pensare, e progetti vari. La diversità di formazione è un arricchimento indispensabile per fare ricerca innovativa. Ben venga la “fuga”, fa bene a tutti. Preferisco parlare di “cervelli in moto”: un arricchimento per il patrimonio di conoscenze dell'Italia stessa.
La fuga è sempre positiva?.
«I problemi cominciano dopo, al momento di un problematico rientro in Italia: la difficile equiparazione a standard internazionali, una remunerazione adatta al livello di specialità conseguita o in base al merito, possibilità di sviluppare ricerca innovativa indipendente, possibilità di carriera se si è veramente meritevoli. Oggi si sta muovendo qualcosa e ciò è positivo. Bisognerà vedere se le misure prese porteranno a strutturali modifiche del sistema università/ricerca».
Ottimi incarichi anche a persone giovani come lei?
«Negli Usa e in Gran Bretagna se sei bravo e giovane ti possono venire affidati compiti anche di responsabilità. Ho ottenuto un fondo dal National Insitute of Health di quasi duecentomila dollari, come responsabile della ricerca, per un progetto che durerà due anni. Questo non è solo il risultato di maggiori fondi, ma anche dall'incoraggiamento ad agire indipendentemente per ottenere i fondi in prima istanza».
In Italia il problema è solo una questione di fondi?
«Il problema principale in Italia è la mentalità e il concetto di gerarchia e di gavetta, non solo nel campo della ricerca: pensi al giornalismo. Bisognerebbe dare ai giovani ricercatori con un minimo di talento maggiori responsabilità. I giovani vogliono fare e hanno tante idee. Bisognerebbe abbattere in Italia l'idea che il giovane non debba fare più di quello che gli si dice di fare».
A cosa serve la ricerca sul linguaggio?
«Tutta la ricerca di base informa pesantemente la ricerca applicata. La ricerca tecnologica ha le radici nella ricerca di base. Pensiamo al cellulare, che comporta una grande ricerca nella teoria dell'informazione, sviluppatasi negli anni cinquanta e che partiva dalle idee di ricercatori che volevano studiare questioni puramente teoriche. Tutta la ricerca informatica si basa sulla ricerca pura. Capire come funziona il linguaggio è alla base di sistemi intelligenti che possono comunicare, alla base di un futuro software sul riconoscimento vocale che coinvolge meccanismi cognitivi di percezione che non sono ancora perfettamente compresi. Inoltre, molte sono le disfunzioni legate al linguaggio di cui non si conoscono appieno i meccanismi. L'8 per cento dei bambini che iniziano a leggere sviluppa ritardi legati alla lettura. Questi ritardi hanno effetti collaterali sull'apprendimento in generale e si ripercuotono sull'intera vita adulta».