Scouting e più soldi, ecco ricetta giovani di Sacchi

L'ex ct azzurro, ora coordinatore delle nazionali giovanili, indica le direttive per far crescere il nostro calcio: «Siamo rimasti ancorati a vecchi schemi. E mentre Francia e Inghilterra hanno ridotto del 15% l'ingresso di calciatori stranieri, noi invece siamo in controtendenza».

Nuovi maestri, strutture all'altezza, maggiori investimenti, più incentivi e un'accurata operazione di scouting. Cinque direttive da seguire, al più presto, per permettere alla meglio gioventù del calcio italiano di tornare a recitare un ruolo da protagonista sui campi italiani ed internazionali. Per Arrigo Sacchi, coordinatore delle nazionali giovanili per la Federcalcio, è questa la sola strada da percorrere per innescare un'inversione di tendenza rispetto al recente passato. «Gli ultimi dieci anni non sono stati buoni per il nostro movimento, non ci siamo evoluti alla stessa velocità del calcio e adesso la situazione deve necessariamente migliorare - le parole dell'ex ct ed ex allenatore del Milan -. Qualcosa sta già cambiando perchè la Figc ha cominciato a investire molto di più rispetto al passato, in un ambiente, quello italiano, abbastanza ingessato».
Ambiente che, mentre il resto dell'Europa si aggiornava e cresceva, è rimasto ancorato a vecchi schemi: «Negli ultimi anni paesi come Francia e Inghilterra hanno ridotto del 15% l'ingresso di calciatori stranieri, noi invece siamo in controtendenza. Gli investimenti dei club italiani nei settori giovanili, poi, non sono pari alle necessità e non formano ragazzi in grado di aiutare le nostre selezioni - l'analisi di Sacchi -. In Spagna si arriva ad utilizzare anche il 10% del bilancio per la 'canterà, da noi è tanto massimo il 3%. Per non parlare di Germania e Inghilterra dove ci sono collegi interni dove i giocatori studiano e si allenano. La stessa cosa ha fatto la Francia negli anni '70 con centri di formazione che ancora oggi producono talenti. Insomma abbiamo perso il tram, ma non dobbiamo arrenderci».
E la ricetta migliore per tornare protagonisti, secondo il coordinatore delle nazionali giovanili, passa per la formazione «di nuovi maestri attraverso corsi di specializzazione e aggiornamento in nuovi centri federali. È l'allenatore infatti che crea il gioco che poi i calciatori eseguono. È l'idea che deve venire fuori perchè il calcio nasce dalla mente e non dai piedi. Non possiamo più restare legati al nostro calcio stereotipato, fatto solo del risultato da raggiungere a tutti i costi». «Questo modello - secondo Sacchi - ha generato società sempre più indebitate in un epoca in cui i mecenati sempre meno. È aumentata l'arroganza, la violenza, si sono inibite le pianificazioni, i settori giovanile non producono più e si sono imbottiti di stranieri, ed è diminuita anche la serenità degli allenatori, che vivono in perenne stato di ansia da risultato. Come si può crescere in un ambiente simile?». Secondo Sacchi, la risposta è una sola: cambiandolo.
«Abbiamo intensificato gli stage, chiesto più partite internazionali, perchè col confronto si cresce, ma i club devono investire di più e anche la Federcalcio deve dare degli incentivi più copiosi e indirizzarli meglio. Di certo, servirà l'aiuto di tutti - l'esortazione dell'ex ct dell'Italia - attraverso sinergie migliori, collegamenti tra club, Club Italia, settore tecnico e settore giovanile-scolastico. Il tutto per poter aiutare anche la Nazionale maggiore, che è l'ultimo fruitore di questa filiera».
Filiera che si avvarrà di 12 osservatori, coordinati dal vice di Sacchi, Maurizio Viscidi, sparsi su tutto il territorio per un'attenta azione di monitoraggio e scouting soprattutto di Giovanissimi, Allievi nazionali e Primavera.