Scranno vuoto, governo zoppo

Non è stato certo felice il primo gesto pubblico del presidente della Repubblica Napolitano. La grazia concessa ad un condannato per fatti di sangue, peraltro non più ristretto per ragioni di salute in un carcere, rivestiva veramente quel carattere di estrema urgenza che ha finito per connotare lo «stile» della nuova presidenza? Ammettiamo comunque le buone intenzioni, cioè intenzioni non politiche di quella decisione, che soltanto per ragioni burocratiche non ha anche riguardato Adriano Sofri (ma si tratta soltanto di qualche settimana). Quelle buone intenzioni avrebbero potuto essere meglio dimostrate ad esempio con una coraggiosa concessione della grazia ad altri, come ad esempio a Priebke. Se si crede veramente che dopo un certo periodo di tempo il condannato non è più la stessa persona, questa convinzione dovrebbe valere per tutti dopo venticinque e, a maggior ragione, dopo cinquanta anni dal crimine.
Ma vogliamo attirare l’attenzione su un altro possibile gesto del presidente. Egli, essendo stato eletto alla sua alta carica, ha lasciato libero il posto di senatore a vita che occupava dallo scorso settembre. Sarà quindi forte per lui la tentazione di procedere subito alla nomina di un suo successore. Più forti ancora saranno le pressioni del mondo politico, e particolarmente da quello della sinistra da cui proviene, perché egli proceda al più presto a quella nomina. Invece egli, a differenza di Oscar Wilde, dovrebbe resistere alla tentazione ed ancor più alle pressioni. Dopo quel che è avvenuto, compresa la sua elezione, non c’è una urgenza estrema di aggiungere un nuovo membro non eletto al Senato. Bisogna inoltre dire francamente che in passato l’articolo 59 della Costituzione, che prevede il potere presidenziale di nominare dei senatori a vita, è stato molto maltrattato. Lo è stato anzitutto quando Sandro Pertini si arrogò il diritto di nominarne lui solo ben cinque non tenendo conto che ce n’erano già altri e che quel numero riguarda tutti quelli che possono contemporaneamente sedere in Senato. Se infatti ogni presidente ne potesse nominare cinque, nel giro di alcuni anni il senato tenderebbe a somigliare a quello del Regno. È da augurarsi che quello «strappo», che fu benevolmente condonato a Pertini, non sia mai più invocato come precedente ed utilizzato. Ma uno strappo ancor più grave, perché ripetuto da vari altri alti inquilini del Quirinale, è consistito nell’interpretazione estensiva se non abusiva dell’articolo citato, secondo cui ad essere nominati dovrebbero essere «cittadini che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario». È accaduto invece che in molti casi (compreso quello di Napolitano) siano stati nominati dei politici di lungo corso, categoria a cui l’articolo citato non fa alcun cenno e che quindi dovrebbe considerarsi esclusa. Le prime applicazioni sembrarono nello spirito della norma: Trilussa (morto subito dopo la nomina) e Toscanini (che la rifiutò) appartenevano certamente alle categorie previste. Lo stesso vale per due poeti che avevano avuto il premio Nobel, benché ciò non sempre è garanzia di eccellenza, e per un terzo poeta che bisognava consolare perché quel premio, avendolo desiderato spasmodicamente, non lo aveva avuto.
E dunque il presidente si conceda un lungo periodo di riflessione, al termine del quale torni ad applicare la lettera e lo spirito della Costituzione. Se guarda fuori dall’hortus conclusus della politica si accorgerà che, malgrado tutto, l’Italia non è diventata il deserto dello spirito. Esistono ancora artisti - pittori, scultori, architetti, scienziati ed anche letterati non «organici» - che meriterebbero di dire la loro parola nel Senato della Repubblica e non soltanto di votare per puntellare un governo traballante. Non c’è proprio bisogno di un altro politico da accontentare.