Scritte e sfottò: «I parà se la sono cercata»

(...) Vanno in guerra, è il rischio che si prendono. Guadagnano 3.500 euro al mese, se li fanno saltare in aria fanno bene. È casa loro, non è mica la nostra. Se la sono cercata...». Ma ci sono state delle vittime, ci sono delle famiglie distrutte dal dolore: come è possibile che se la siano cercata? Il ragazzino si abbassa gli occhiali neri sugli occhi, si volta intorno per vedere dove sono rimasti i suoi e poi ride, di nuovo. «Sì, va bene ci sono morti. E allora?». Scompare di nuovo, in attimo si nasconde tra i suoi compagni che sono come lui. Stesse facce, stessi abiti, stessi piercing. Omologati quasi, in tutto e per tutto. Anche nelle ideologie. In fondo era partita come una marcia contro il razzismo con i cori che rimbombavano tra corso Venezia e via Palestro all’urlo «Stop razzismo». Hanno acceso fumogeni, sventolato bandiere e distribuito volantini per mettere nero su bianco le loro rivendicazioni. E che bisogno c’era di aggiungere anche quelle scritte?
Dall’altra parte della piazza la sorella di Abba è in piedi sul furgone che ha aperto la manifestazione. «Abba vive, viva il diverso» ripete al microfono mentre sotto di lei un gruppo di africani balla a ritmo di musica reggae. Saranno un migliaio in tutto a riempire questo angolo di città a due passi dal Duomo (10mila invece i partecipanti alla marcia secondo gli organizzatori), gli slogan stesi per terra di fronte alla banca. Per ultimi arrivano gli antagonisti mostrando il loro striscione: «Cpt/Cie: questa è la loro civiltà. Sostegno alla rivolta di Corelli».
La zona è circondata dalle camionette di polizia e carabinieri, sembra che non ci possa passare nemmeno uno spillo. Eppure, passano pochi minuti e tra i più agguerriti gira subito la voce che un gruppo si è staccato per andare davanti a Palazzo Marino a inneggiare cori contro De Corato e in favore del taglio dei fondi per la spesa militare e per il loro trasferimento alle casse della scuola pubblica. In realtà avrebbero voluto arrivarci in molti di più, dicono. «Ma ci hanno blindato qui, non vedi quanta polizia c’è. Non ci siamo organizzati abbastanza bene» ripetono dalle retrovie.
Intanto una cinquantina di loro prende la ricorsa e tenta di sfondare il cordone delle forze dell’ordine che si è posizionato in Largo Augusto. Finiscono nella pancia di manganelli e scudi, la polizia li insegue e li stringe lungo il palazzo della biblioteca Sormani. C’è un momento di tensione, ma nessuno contatto tra manifestanti e poliziotti. C’è solo un piccolo gruppetto di otto persone che riesce a scappare infilandosi nei corridoi della biblioteca. Ma anche la loro fuga finisce in una manciata di minuti, nel cortile del primo piano della Sormani in mezzo alla sorpresa degli studiosi e con gli agenti della Digos che identificano e subito rilasciano i ragazzi. «Eravamo alla manifestazione antirazzista per ricordare Abba» gridano al personale della biblioteca. «Guardate come ci trattano, non abbiamo fatto niente di male».
Sono passate più di due ore da quando il corteo ha iniziato a muoversi per le vie della città. In piazza Fontana ormai sono rimasti in pochi, un centinaio al massimo. Dal furgone arriva ancora la stessa musica. E sono sempre gli stessi cinque o sei a promettere che non è finita, che vorrebbero continuare e andare da Borghezio a Sesto San Giovanni. Il ragazzino sbarbato è lì in mezzo agli altri. Ripensa a quello che hanno fatto oggi e a quella scritta rossa, -6. E ride. Abba vive, sei parà sono morti. Ma chissenefrega.