Lo scrittore che visse per equivoco

di Stefano Lorenzetto
Come stai, Cesarino? «Bene, grazie. Finché dura l’equivoco». Era il suo mantra. Nell’arguzia del veneto colto, anche il successo non poteva che derivare da un malinteso, non foss’altro perché gli aveva arriso in età ormai avanzata: il primo best seller, Impariamo l’italiano, 14 edizioni, 350.000 copie vendute, uscì quando aveva già 62 anni. «Oggi m’è arrivato a casa un altro assegno per diritti d’autore, ma non so nemmeno io per quali libri. Finché dura l’equivoco...». Non poteva ricordarselo: ne aveva scritti una ventina. L’ultimo, uscito postumo da Rizzoli, si sarebbe intitolato proprio così: Finché dura l’equivoco.
L’equivoco cessò per sempre nel 1992, finita l’Epifania, quella che tutte le feste si porta via, talvolta insieme con i doni meno goduti. Fu un equivoco fino all’ultimo. Una stretta al cuore intorno alle 3 di notte, l’esortazione rivolta al nipote Alberto e alla cognata Tullia, prontamente accorsi nella sua cameretta cenobitica: «Tornate a dormire, non è niente, passerà». Lo trovarono morto nel suo letto all’alba del 7 gennaio, vegliato dalla Madonna seicentesca appesa sopra la testiera, alla quale, pur da laico inveterato, affidava con infantile abbandono i suoi sonni tormentati dalle apnee ostruttive: «Sai, Stefano, russo talmente forte da svegliare addirittura me stesso», e io, cretino, che pensavo fosse solo una delle sue facezie. Se n’era andato secondo i suoi desideri. In silenzio. Tranquillamente. Senza l’accorrere di ambulanze ululanti, senza l’ago della flebo conficcato nel braccio, senza l’agitarsi di medici e infermieri al capezzale.
Chiusa per sempre La bocca del leone che si spalancava a pagina 2 il lunedì, da vent’anni Cesare Marchi non tiene più compagnia ai lettori del Giornale. In questo 2012 ne avrebbe compiuti 90, essendo nato il 22 agosto 1922 a Villafranca di Verona, che lui chiamava «la Piccola Torino» per via del Quadrato e delle benemerenze risorgimentali, nella quale si dichiarò sempre «fermamente residente».
L’ultimo ricordo che ho di lui è quello di una sfinge sorniona dal profilo cretaceo, composta nel salotto di casa, col termosifone spento e le finestre spalancate. L’avevano rinchiuso dentro un sarcofago di plexiglas collegato a una spina elettrica, simile a un carrello di dolci della Bindi. L’apogeo per un goloso impenitente che Mario Cervi aveva ribattezzato, su calco rommelliano, «la volpe del dessert».
L’indomani mi colpì il pallore altrettanto spettrale di Indro Montanelli. Più floscio, il direttore del Giornale, del cappello che portava sulle ventitré per ripararsi dal freddo, ma ancora sufficientemente soldato da starsene per tutta la durata delle esequie ritto in piedi in onore dell’amico, sorretto con lo sguardo dal suo vice Paolo Granzotto. Un commiato struggente accompagnato dall’Aria sulla quarta corda di Bach, espressamente prenotata da Cesarino per il suo funerale nel Duomo di Villafranca. Ci fece piangere con la sigla di Quark. Solo lui poteva riuscirci.
Conobbi Marchi nel novembre del 1977. Ero andato a ritirare a casa sua - allora non esisteva manco il fax - la prima puntata di una rubrica che, già famoso, aveva deciso di concedere a un piccolo mensile locale destinato a diventare un settimanale e poi un quotidiano, Il Nuovo Veronese, del quale ero redattore capo e anche fattorino. Volle chiamarla La posta di Bertoldo. C’era, in quella scelta, la cifra umana e stilistica di Cesare, scarpe grosse e cervello fino, cantore della gente comune, cultore della sapienza contadina allergico all’intellettualismo, maestro del castigat ridendo mores renitente alle mode, dispensatore di buon senso, che aveva lasciato l’insegnamento - «senza rimpianti, come del resto neppure la scuola aveva rimpianto me» - per dedicarsi al giornalismo.
«Se tu dovessi rinascere, preferiresti un papà politico, letterato, calciatore, operaio od agricoltore?», gli chiedeva Carlo B. da Isola della Scala in quel primo appuntamento con i lettori. Marchi, con la sua Olivetti Lettera 22, aveva risposto: «Rivorrei quello che ho avuto. Non era un politico né un letterato né un calciatore né un operaio né un agricoltore. Ma era mio padre», con l’aggettivo possessivo sottolineato a mano che esigeva il corsivo. Ancora non era cominciata l’epoca dei figli à la carte, ordinati via Internet, figli della provetta, della banca del seme, degli ovuli congelati, figli di tutto tranne che di un padre. Il suo - Agenore Marchi, un modesto impiegato statale - dovette contare molto per lui se nel 1990, a distanza di un quarto di secolo dal trapasso, lo scrittore ancora lo rimpiangeva, come confessò in una lettera che m’inviò per la morte del mio, un’elegia alla figura più evanescente di questa società bastarda perché orfana e orfana perché bastarda: «Vorrei consolarti con la solita, pietosa bugia: il tempo medica ogni ferita. Per quanto mi riguarda, non ha medicato nulla. Scomparso il padre, ci si sente soli, disorientati. Col passare degli anni il dolore, è logico, si attenua. Ma resta nel fondo dell’anima, indistruttibile, un senso di malinconia, di interiore mutilazione. Qualcosa dentro di noi si spezza, per sempre. Credo che maggiorenni si diventi non a 18 anni, ma quando si perde il padre».
Perciò mi parve doveroso che fosse tra i primi a sapere, due anni dopo, della mia imminente paternità. Andai a trovarlo, stavolta accompagnato, sempre nella casa di Villafranca. «E così hai unito l’utero al dilettevole», si congratulò. Marchi chiese alla gestante: «Posso offrirle un tè freddo?». Lei, intimidita dalla celebrità del personaggio, rispose con deferenza, come qualunque moglie delle nostre parti avrebbe fatto al posto suo: «Non si disturbi, professore». Lo scrittore osservò compiaciuto: «Però, che donna risparmiosa hai sposato!».
Fra le comari della carta stampata circolavano, sul conto di Marchi, alcune malignità da ballatoio. Un famoso collega mi chiese: «Ma è vero che è un po’...?», e si strofinò col dito indice il lobo di un orecchio. Vorrei rassicurarlo: nonostante non si fosse mai sposato, ebbe per lungo tempo una liaison con una piacente signora e seppe avvolgere quel rapporto amoroso nell’assoluta discrezione che gli era connaturale. Anche Giorgio Gioco, patron del 12 Apostoli, il ristorante di Verona dove Cesarino creò l’omonimo premio letterario ed era solito coltivare «il più perdonabile e socialmente il meno pericoloso dei vizi capitali», la gola («l’unico che ricade su chi lo pratica», si assolveva), potrebbe testimoniare d’essere stato suo inviolato ospite per setti notti in una suite della Costa Classica. In crociera nel Mediterraneo, gratis, Marchi doveva presentare i propri libri e io avevo rinunciato ad accompagnarlo, decisione che gli era risultata incomprensibile, non tanto sul piano dell’amicizia quanto su quello della convenienza: «Ma guarda che non si paga! Saresti ospite anche tu».
Ecco, l’altra leggenda paesana che lo feriva era quella riguardante la sua taccagneria. «Io sono tirchio con gli avari e prodigo con i generosi», reagiva sdegnato. In parte era vero. In parte no. Nel senso che a volte gli capitava di mettere la sua parsimonia in conto ad altri, un po’ come fa il sobrio Mario Monti con gli italiani, per capirci. Esemplari, da questo punto di vista, le telefonate al quotidiano L’Arena. Allora le tariffe erano a scatti, in base alle distanze chilometriche. Cominciò così: «Ciao Stefano, sono Cesare Marchi. Mi potresti richiamare, per favore?». Dopo una settimana la formula divenne: «Qui Cesare Marchi, mi richiami?». Dopo un’altra settimana: «Cesare Marchi». Dopo un’altra ancora: «Cesare», e riattaccava. Nonostante fosse un nostro collaboratore di rango, ero l’unico a rispondergli, essendo la colleganza, secondo la definizione che me ne diede un giorno Enzo Biagi, «odio vigilante», nel caso specifico rafforzato dall’invidia per la popolarità che il chiamante aveva conseguito in libreria (da Siamo tutti latinisti a Quando l’Italia ci fa arrabbiare, da Boccaccio a Dante), in televisione (Conosciamo l’italiano? durante l’Almanacco all’ora di cena, I segreti delle parole a Unomattina, i testi per il G.B. Show di Gino Bramieri su Raiuno), a teatro (Nino Manfredi gli fece visita a Villafranca per supplicarlo di scrivergli una commedia sui vizi capitali). Fino a toccare la consacrazione nazional-popolare nel 1987, fotografato con Pippo Baudo, Bettino Craxi e Rita Levi Montalcini sulla copertina di Tv Sorrisi e Canzoni.
Pochi mesi prima di lasciarci ricevette persino una telefonata dal presidente della Repubblica in persona. Francesco Cossiga era stato punzecchiato per aver citato erroneamente una frase dall’Eneide di Virgilio - «Quantus mutatus ab illo» - parlando di Achille Occhetto, e cercava conforto nella Cassazione dei latinisti. Marchi non ebbe il coraggio di riferirgli l’esatta versione: «Quantum mutatus ab illo». Da figlio di un impiegato dello Stato dovette sembrargli uno sgarbo istituzionale inammissibile correggere il capo di quello stesso Stato.
Cesarino e il giornalismo non si presero mai fino in fondo, forse perché non possedeva né l’indole del giramondo né la scapestrataggine del cronista. Era salito sull’aereo una sola volta. Assunto alla redazione di Trento del Gazzettino, resistette due giorni. Il suo terrore era di cadere malato lontano da casa: «Chi mi porterebbe il brodino caldo a letto?». Aveva esordito nel 1948, fresco di laurea in lettere, sull’Osservatore Romano. Direttore del giornale vaticano (lo fu per 40 anni) a quel tempo era il conte Giuseppe Dalla Torre di Sanguinetto. Per ingraziarselo, Marchi non esitò a raggiungere l’omonimo paese della Bassa Veronese «in sella a una bicicletta Volsit, sottomarca della Bianchi», rievocava. Qui intervistò un altro professore prestato al giornalismo, Giulio Nascimbeni, il quale, essendo nativo di Sanguinetto, fu prodigo di notizie storiche sul locale castello scaligero. L’elzeviro venne prontamente pubblicato dal quotidiano della Santa Sede. Altri ne seguirono. Fino a quando Cesarino non propose al direttore un articolo su Lesbia, l’amante di Catullo. «Lei sarà anche un grande giornalista, ma è anche un grande ingenuo», gli diede il benservito l’uomo di fiducia di Pio XII.
Dalla Torre non aveva tutti i torti. Anzi. Fino all’ultimo Marchi conservò intatto questo suo candore, che lo portava a esercitare più l’ironia del sarcasmo e a contenersi in una dimensione domestica che lo preservasse dagli affanni della vita. Era un uomo badiale, di gusti frugali. Bastava stendere una tovaglia per vederlo materializzarsi e, più ancora, per vederlo felice. Le sue preferenze andavano ai piatti della tradizione. Una domenica ci trovammo a Cavaion per un inarrivabile baccalà, cucinato da una vecchietta in un’osteria dove tre gatti sonnecchiavano sui tavoli già apparecchiati. «Buon segno», commentò imperturbabile. Rammento un’epica serata con Pier Quinto Cariaggi, l’impresario italiano di Frank Sinatra, sua moglie Lara Saint Paul, l’attore Fabio Testi e altri amici: fu l’unico a superare indenne il menù monotematico a base di polenta e sisàm, una preistorica e ormai estinta pietanza per stomaci forti, alborelle del lago di Garda fritte nell’olio e poi stufate nella cipolla.
Parimenti memorabili i pranzi in riva al Mincio con Indro Montanelli, che lungo il tragitto Milano-Cortina d’Ampezzo ordinava sempre al fido autista Enzo Maimone una deviazione verso l’Antica locanda di Borghetto, dove Luchino Visconti aveva girato Senso. Tappa d’obbligo, considerato che l’amico del cuore abitava ad appena 10 chilometri di distanza. Tortellini al burro fuso e parmigiano. Sennonché il padano Marchi usava guarnire con burro e grana anche la pasta e fagioli, suscitando le ire del toscano, che invece si limitava a un giro d’olio e a una macinata di pepe.
Cesare Marchi era morto da un paio d’anni quando regalai a Montanelli, in una cornice d’argento, la foto di uno dei loro incontri. A Indro s’inumidirono gli occhi: «Non sai quanto mi manca!». Per rincuorarlo, gli obiettai che poteva ancora contare su Giancarlo Perna, il quale come fustigatore di costumi non era (non è) secondo a nessuno. «Hai ragione», rispose Montanelli, «ma, vedi, quando Perna scrive è cattivo, mentre Cesarino era buono». In effetti, nei tre lustri in cui ebbi il privilegio di frequentarlo, neppure una volta lo udii parlar male di qualcuno. Di nessun altro potrei dire la stessa cosa.
Quando nel 1995 approdai come vicedirettore in quello che era stato fin dalla fondazione il suo giornale, si presentò nel mio ufficio Sandra Artom, che curava la terza pagina. «Dunque tu sei nipote di Cesare Marchi», ammiccò con l’aria complice di chi ritiene di saperla lunga. Dovetti deluderla. Però un complimento così bello in vita mia credo di non averlo mai più ricevuto.
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it