Uno scrittore per parlare di integrazione

La penna di uno scrittore, ma anche i movimenti leggeri di un ballerino, il tocco di colore di un artista. E, poco a poco, l’«altro» smetterà di farci paura. Non ha dubbi Kader Abdolah, a Milano per presentare il suo nuovo libro «Ritratti e un vecchio sogno» (ed. Iperborea).
Nato in Iran nel 1954, perseguitato politico prima dal regime dello scià poi da quello di Khomeini, dal 1988 è rifugiato politico in Olanda, dove ha abbandonato il persiano per scrivere in olandese. «Se fossi arrivato 30 anni fa non sarebbe stato possibile cambiare la mia lingua e gli olandesi non avrebbero avuto bisogno di un Kader Abdolah. Ma vent’anni fa tutta milioni di persone sono arrivate in Europa dal resto del mondo e con loro anche la paura di ciò che non si conosce».
Serviva qualcuno in grado di raccontare e di spiegare. In Italia, aggiunge, i tempi non sono maturi: «È un paese bellissimo ma molto orgoglioso e stenta a riconoscere la ricchezza delle altre nazioni. Ma sono certo che in pochi anni arriverà qualcuno in grado di trasformare questo timore in fascino». Magari uno scrittore di colore: «Ora ce ne sono alcuni, ma non hanno ancora abbastanza forza per imporsi». Inevitabile il riferimento all’attualità di Milano e al rapporto con la comunità cinese: «In questo caso serviranno forse tempi più lunghi». «Auguro a tutti, musulmani o cristiani, uomini o donne, di provare a vivere lontano dal proprio paese, immersi in un’altra cultura - conclude -. Quest’esperienza non può che cambiarci profondamente, è dolorosa ed intrisa di malinconia ma anche di bellezza».