Lo scrittore ribelle: «Ecco perché il cinema è il nemico da battere»

da Locarno

Con quel nome, Chuck Palahniuk piace molto a chi segue la moda cinefila e se poi l’autore americano di tendenza, amato per lo più dai giovani lettori, porta a Locarno la commedia nera Choke (in inglese significa: «Soffocato»), lo scioglilingua modaiolo è fatto e la scena rubata. Ieri, infatti, doveva essere la giornata di Anjelica Houston, l’attrice e regista americana, figlia di John, alla quale il festival assegna l’Excellence Award in absentia (l’artista pare si sia infortunata), sicché focus su Palahniuk e sul suo ironico romanzo. Cui s’ispira il film dell’esordiente Clark Gregg, americano classe 1962. «Per quanto mi riguarda, la rappresentazione artistica della vita dev’essere improntata alla commedia e non alla tragedia», esordisce il romanziere, noto al largo pubblico dopo la cinetrasposizione, ad opera di David Fincher, del racconto Fight Club. «Ci avrebbe pensato la Chiesa, durante il Medio Evo, a volgere in dramma normali fatti di vita», spiega l’eccentrico scrittore. A questo punto, per lui, sotto la categoria «normali fatti di vita», rientrano anche quelli strampalatissimi e così ben raccontati in Choke, le cui immagini forti (vomiti procurati, amplessi tremendi, repellenze fisiologiche d’ogni specie) «possono urtare la sensibilità di alcuni spettatori», è l’avvertenza in sala. Certo, il protagonista Victor Mancini (Sam Rockwell) è una strana creatura: drogato di sesso, studente di medicina assai scadente, ammazza il suo tempo tra il parco divertimenti, in cui lavora, e le assemblee di «sessuomani anonimi», dove va a caccia di prede.
Ma il bello, almeno sotto il profilo «splatter», così caro ai seguaci di Tarantino, arriva quando Victor, pur di pagare le costosissime cure ospedaliere della madre Ida (una Anjelica Houston al suo massimo matronale), ricoverata in una clinica psichiatrica per i suoi disturbi mentali, dà inizio a un giochetto patologico e furbo. Per attirare qualche caritatevole gonzo e spillargli quattrini, il balordo non esita a indursi il vomito: due dita in gola e via, fingendo di soffocare, affinché qualcuno vada a chinarsi su di lui, steso a terra e... vola il portafogli del malcapitato soccorritore. «Non voglio porre limiti di sorta alla mia creatività e scherzo su tutto ciò su cui si può scherzare. In fin dei conti, sono soddisfatto del lavoro registico, comunque rispettoso dello spirito crudo e corrosivo del mio romanzo. Non sarà stato facile, per Gregg, portare sullo schermo la mia vicenda. Di sicuro, Fincher avrà incontrato minori difficoltà con Fight Club», osserva Chuck, aria informale e sguardo sicuro. «Si tratta di una vicenda di fragilità e anche d’amore. E resto convinto che il cinema, in realtà, sia il vero nemico da combattere. Il film deve necessariamente rispettare alcune convenzioni, rivolgendosi al largo pubblico. La letteratura, invece, è un’alleata fedele, perché quello che si può fare con un libro, non si può fare con un film. Inoltre, attraverso un film si assiste a una finzione collettiva, mentre con un libro c’è sempre un rapporto consensuale», riflette l’autore di origine russa, nato nel 1962 e attualmente di stanza a Portland. Tornando al film, presentato ieri in Piazza Grande, Choke critica pesantemente la società attuale, così penosa per i soggetti più sensibili e lo fa per il tramite di un’estetica rarefatta, la cui linearità, ad ogni modo, non rende certo più digeribili certe numerose revulsioni. Non è un film per deboli di stomaco, ecco. Nel futuro di Chuck Pahlaniuk c’è la stesura di un romanzo, ambientato nella Parigi anni Venti, dove una coppia di anziani ubriaconi si aggira, in cerca di emozioni forti. «Che cosa cerco, quando scrivo? Da dove traggo la mia ispirazione? Sinceramente, non me lo so spiegare. Mi piace guardarmi attorno, annotando le cose più curiose su post-it, che metto in tasca, dalla parte con la colla. Poi, me ne scordo. E quando sono a corto di idee, mi metto a frugare in tutte le tasche di tutte le giacche e ritrovo, con enorme sollievo, appunti preziosi e spunti nuovi, per riattaccare a scrivere, da dove avevo smesso». I seguaci del sulfureo scrittore sono avvertiti: magari, tanti risvolti neri e strampalati si debbono a queste sue piccole, strumentali dimenticanze.