Lo scrittore Robin Williams in un giallo troppo bislacco

Una voce nella notte è nato dall’esperienza diretta dell’autore del romanzo e sceneggiatore del film Armistead Maupin. Gabriel Noone (Robin Williams), scrittore cinquantenne in stand-by, da poco abbandonato dal suo (!) amante, riceve da un suo amico il manoscritto di un racconto autobiografico di un ragazzo di 14 anni, Pete (Rory Culkin), che racconta delle sevizie di ogni genere, comprese quelle sessuali, inflitte dai genitori ora in prigione. Il ragazzo vive con la madre adottiva Donna Logand (Tony Collette). Noone inizia ad interessarsi al caso prima attraverso il telefono, infine recandosi nella località in cui abitano i due. Non riuscirà mai a incontrare il ragazzo, assalito da ombre malefiche che lo fanno piombare in un caso patente di schizofrenia, in un atmosfera artificiosamente cupa, con accumulo di misteri, di sdoppiamenti, di menzogne, di illusioni e di paura. Un quadretto deprimente e claustrofobico che rimanda alle tematiche di Shyamalan e che contrae debiti a catena con tutti i film imperniati sulla psichiatria. Ma è soprattutto la supponenza narrativa, davvero irritante, che abbandona lo spettatore lasciandolo attonito, perché certi misteri sono tali solo se non vengono svelati. Il solito escamotage che aggrovigliando una trama fitta nelle intenzioni ci esclude da ogni soluzione. Un’osservazione necessaria a confermare lo snobismo della vicenda: essendo il protagonista un gay ciò sta a dimostrare che per accedere a certe atmosfere occorre qualcuno che abbia una sensibilità superiore alla media, eccetera. Infine, l’uso reiterato di fanciulli in storie simili è assai peggio che pornografico.

UNA VOCE NELLA NOTTE (Usa, 2006) di Patrick Stettner, con Robin Williams, Tony Collette. 90 minuti