Gli scrittori ce l’hanno corto (il romanzo)

Cento pagine e via: il libro è fatto. Lunghezza standard, linguaggio
standard, sintassi standard, trama standard. Narratori e saggisti si
uniscono nella lotta per catturare il lettore occasionale

L’arte non si pesa un tanto al chilo, è vero. Resta da capire di cosa parliamo quando parliamo di libri: stiamo discutendo di arte o soltanto di fenomeni editoriali passeggeri?
I romanzi, ma anche i saggi, sono sempre più sottili e leggeri. Talvolta l’editore li lascia così, esili fino a rasentare l’invisibilità. Talvolta li gonfia con l’abile ricorso a uno spropositato numero di «a capo», o infilando un «elegante» tot di pagine bianche tra un capitolo e l’altro, o stampando i caratteri in corpo gigantesco.

Ecco un piccolo assaggio di romanzi sotto-dimensionati, frutto di un rapido passaggio in libreria: Aldo Nove, La vita oscena (Einaudi), pagg. 114; Niccolò Ammaniti, Io e te (Einaudi), pagg. 116; Cesare Segre, Dieci prove di fantasia (Einaudi), pagg. 98; Letizia Muratori, Sole senza nessuno (Adelphi), pagg. 133; Antonia Arslan, Ishtar 2 (Rizzoli), pagg. 111. Record assoluto: Daniele del Giudice, Nel museo di Reims (Einaudi), pagg. 54. L’aletta dice: «Un testo breve in cui c’è tutta la potenza di un grande scrittore». E forse in questo caso, come in altri, è vero.

Più di una volta, però, è lecito dubitare nonostante le recensioni roboanti. Infatti non solo la lunghezza (si fa per dire) è standard. Tutto è standard: le frasi composte da dieci-dodici parole al massimo; la sintassi elementare; l’abuso dei dialoghi stirati all’infinito; i tempi di lettura (due ore al massimo). Anche i temi sono standard, e finiscono per assomigliarsi libri dallo stile diverso. Non si capisce dove inizi Nove e dove finisca Ammaniti, è possibile saltare dall’uno all’altro senza accorgersene. Il ragazzo chiuso nella cantina di Ammaniti è il ragazzo chiuso nel suo «antro» al patronato cattolico di Nove. L’ingombrante figura paterna di Niccolò è l’ingombrante figura paterna di Aldo. La droga di Io e te è la droga di La vita oscena. All’autobiografismo velato dell’uno corrisponde l’autobiografismo esplicito dell’altro.

Talvolta le pagine sembrano un po’ di più. Ma non lo sono. Andrea Camilleri riempie le pagine di dialoghi monosillabici nell’Intermittenza (Mondadori), pagg. 172. E, a fare la conta della serva, anche le 170 di Melissa P (Tre Einaudi) sono un po’ meno. Insomma, il racconto, no. Non vende, per definizione. Ma un romanzetto rapido rapido, pronto per diventare sceneggiatura, facile da tradurre, quindi potenzialmente adatto al mercato straniero si direbbe un affare. E spesso lo è. Siamo lontani però da collane come «Centopagine» di Italo Calvino per Einaudi. La forma breve era spunto per riscoperte, inediti, recupero di fuori catalogo.

La tendenza alla contrazione dei testi, tra l’altro, si direbbe forte anche fuori dalla narrativa. Altro giro tra le novità sugli scaffali: Franca Valeri, Bugiarda no, reticente (Einaudi), pagg. 104; Enzo Bianchi, Ogni cosa alla sua stagione (Einaudi), pagg. 127. Il record, in questo campo, è di Gustavo Zagrebelsky, Sulla lingua del tempo presente (Einaudi): tema piuttosto impegnativo, sviscerato in «ben» sessantasei pagine che non sono un libro, al massimo un progetto di libro.

Esiste anche l’altra faccia della medaglia. Ai «corti» rispondono i «lunghi». Impensabile, a esempio, un romanzo di Umberto Eco stringato: il semiologo prestato alla narrativa si muove sulle cinquecento pagine a botta, l’ultimo, Il cimitero di praga (Bompiani), ne conta 538. Anche Giorgio Faletti non ama fare economia, il nuovo Appunti di un venditore di donne (B.C. Dalai editore) sfiora le 400. Niente in confronto alle opere monstre di stranieri come Follett, King, Larsson e tantissimi altri. Qui però siamo in un campo diverso del marketing editoriale. Mentre i «corti» si presentano innanzi tutto come opere d’arte, i «lunghi» non hanno quasi mai la pretesa di uscire dal mainstream. Sono il lato «professionistico» della scrittura: e fornire al lettore un mattone di 500 pagine è ritenuto indice di sicura abnegazione, se non professionalità, dell’autore. Certamente, si sarà documentato; avrà studiato a fondo i personaggi; avrà fatto una gran fatica per tessere la trama: la mole è la garanzia stessa che il tomo merita il prezzo di copertina.