Scrittori coraggiosi? La malavita si combatte sul campo

Nessun pregiudizio. Interesse, curiosità, amicizia. Riscontro che Fabio Fazio non mi ha mai invitato al suo Che tempo che fa neanche per l’uscita dei miei libri d’arte pur numerosi e tali da avere ottenuto l’attenzione disinteressata di Corrado Augias. Da Fazio no. Eppure ha invitato la Moratti che mi aveva ingiustamente cacciato dall’assessorato alla Cultura chiedendole di me, senza consentirmi replica. Anche i sassi sanno che io vengo invitato in televisione (alla Rai gratis in quanto assessore, o sindaco, cioè politico) perché tengo alti gli ascolti. Fazio non se ne preoccupa, invita scrittori e anche amici comuni come Roberto Peregalli; ed è così cordiale che mi conduce a visitare la bella casa nel centro di Milano che ha comprato e fatto arredare proprio da Peregalli. Insomma buoni rapporti e considerazione da parte mia della sua televisione educata.
Devo dunque pensare che non mi invita non per antipatia umana o politica ma perché sono maleducato. Adesso si trova bene con Roberto Saviano, presentato per accentuarne la drammaticità, già evidente nell’espressione del volto, come «coraggioso scrittore con scorta». Scrittore non basta, evidentemente, ed è anche arduo capire cosa sia uno scrittore coraggioso. Lo erano Moravia, Calvino, Sciascia? Neppure Pasolini ha ottenuto questo rango. «Coraggioso»: lo si direbbe di Manzoni? Di Tomasi di Lampedusa, di Gadda? Ebbene: Saviano è uno scrittore coraggioso. E ancor più «con scorta», come un poliziotto o un giudice, o anche come me, che però non sono un critico coraggioso o un sindaco coraggioso. Sono uno «stronzo», che ha una scorta, non si sa perché. Faccio il sindaco a 10 chilometri dal paese di Matteo Messina Denaro, e ho combattuto come nessuno con violenza e determinazione «la mafia del vento» come la chiama L’espresso, cioè la violenta installazione delle pale eoliche che distruggono il paesaggio senza produrre energia né sporca né pulita. È dimostrato che nell’eolico la mafia è coinvolta fino al collo e che in quell’affare colossale ha convertito i suoi prevalenti interessi. Ma io non sono «coraggioso». Ho violato due embarghi per sostenere il popolo libico e il popolo iracheno rischiando di essere abbattuto dalla contraerea americana, ma sono antipatico, assumo posizioni irritanti e non sono politicamente corretto. Nei giorni scorsi, ero in Molise per denunciare lo scandalo delle nuove installazioni di pale eoliche a San Giuliano davanti al mirabile sito archeologico di Sepino. Ero con i rappresentanti di Italia nostra e di 110 associazioni per la difesa dell’ambiente e del paesaggio contro l’aggressione affaristica che vuole sfigurare il Molise, non solo in prossimità di emergenze monumentali, ma anche dove l’unico bene è un prezioso e incontaminato paesaggio.
Ho richiamato, davanti alla stampa e poi con Striscia la Notizia, l’articolo 9 della Costituzione («La Repubblica tutela il paesaggio») e ho fatto appello al presidente della Repubblica, custode della Costituzione, al ministro per i Beni culturali che ha prontamente risposto e ha sostenuto il direttore regionale che ha fatto mettere i sigilli per difendere l’area vincolata; al presidente della Regione, ad Antonio Di Pietro in quanto molisano e a Saviano per la forza delle sue denunce. Nella notte ho ritenuto opportuno chiamare anche il presidente del Consiglio, deputato del Molise, per richiamare la sua attenzione sulla violenza che il Molise patisce. Uno potrebbe dire: è una tua fissazione, ignorando gli interessi reali della mafia e della camorra ma, qualche giorno fa, venerdì 12 novembre, in prima pagina del Messaggero usciva un articolo di Lino Cirillo che denunciava lo scandalo. Leggiamone i titoli: «I pescecani dell’eolico in Molise: la camorra e una torta da quattro miliardi», e ancora: «Eolico, l’affare delle pale ferme». L’articolo è impressionante e si fa esplicito riferimento alla camorra. Novanta comuni su 136 sono toccati da progetti di pale eoliche e le richieste ne prevedono fra le 2.500 e le 5.000 per 4.400 chilometri quadrati di territorio.
Ce n’è abbastanza? Centodieci associazioni coordinate dall’esponente del Pd Michele Petraroia sono costituite da visionari? Dunque lunedì sera, a Macchiagodena, diligentemente mi metto davanti alla televisione per ascoltare Saviano. Lo vedo forte, espressivo e comincio a sentire una favola di nomignoli e di organigrammi di una mafia di cui si raccontano i riti, di cui si mostrano i rifugi, di cui si descrive la leggenda e si documentano gli intrecci con le imprese del Nord e con la Lega. Ascolto e trovo Saviano evasivo e non convincente. Aspetto invano che faccia riferimento al Molise, alla Puglia, alla Calabria, alla Sicilia, martoriate dalle pale eoliche con profitti miliardari e arresti di mafiosi. Niente. A Saviano non interessa. Racconta la sua visita ai rifugi dei mafiosi, conserva un atteggiamento drammatico ma non parla di mafia, non la denuncia. Parla d’altro. Dov’è il suo coraggio? Dov’è la sua minaccia alla mafia che lo insegue per ucciderlo? Sento un racconto, sento di rituali, di giuramenti, di codici di comportamento. Ma intanto vedo il Molise in pericolo e nessun sostegno a una battaglia di pastori, contadini, cittadini mortificati che si vedono sottratte e violate le terre. Saviano è altrove. Fuori dello studio la scorta lo aspetta.