Scrittori migranti italiani non per caso

Dal senagalese Pap Khouma, all’iraniano Hamid Ziarati, alla brasiliana de Caldas Brito: nei loro libri il dramma dell’esilio

Mai come quest’anno il programma del Festivaletteratura di Mantova (dal 6 al 10 settembre) interpreta lo spirito del tempo. La manifestazione, giunta al decimo appuntamento, cade al tramonto di un’estate turbolenta che ha messo in evidenza il problema dell’immigrazione in tutta la sua drammatica complessità, nonché in subbuglio sociologi e policy makers globali.
Nel corso della «cinque giorni» culturale si potranno incontrare, a esempio, l’albanese Ornela Vorpsi (che con Fatos Lubonja affronterà il tema «L’Albania tra destino e destinazione»), l’iraniano-torinese Hamid Ziarati (che tramite una lettura comparata di Bibbia e Corano sottolineerà il patrimonio condiviso da popoli molto diversi) e la brasiliana Christiana de Caldas Brito (anch’essa italiana d’adozione e, fra l’altro, autrice di testi teatrali), Rafik Shami (nato a Damasco e, rifugiato in Germania nel 1971, è ora fra i maggiori autori in lingua tedesca): ognuno con una ricca storia umana e professionale da raccontare. Ci saranno anche il Nobel per la Pace Elie Wiesel e quello per l’Economia Amartya Sen, e altri nomi eccellenti tra cui Predrag Matvejevic, Vikram Seth, Jorge Semprún: tutti esempi di come le barriere culturali, politiche e religiose si possano abbattere a tutto vantaggio dell’una e dell’altra parte. Scriveva già nel 1997 Newsweek in un articolo intitolato Alien Europe: «Prima, con la colonizzazione, l’Europa ha europeizzato il globo, adesso i flussi migratori stanno globalizzando l’Europa».
In attesa di nuove e necessarie politiche migratorie da parte della Dis-Unione Europea, da noi si assiste a un altro fenomeno che vede l’immigrato come protagonista culturale nella società di accoglienza: è lo scrittore di origine straniera di prima o di seconda generazione che vive in Italia e scrive in italiano, una figura finora relegata ai margini e alla quale il Festivaletteratura dedica ampio spazio e visibilità. Al contrario dei Paesi con un passato coloniale dove si sono formate élite che già parlano e scrivono nelle lingue amate/odiate dei colonizzatori - pensiamo al marocchino Tahar Ben Jelloun (presente a Mantova), all’anglopakistano Hanif Kureishi, al nigeriano Wole Solynka, all’indo-britannico Salman Rushdie e così via -, in Italia la letteratura dei migranti è rimasta per ora confinata in un apartheid letterario che spazia dalla saggistica alla narrativa alla letteratura di denuncia, per confluire nella vignettistica e nei comics.
A occuparsi di loro sono alcune case editrici di nicchia che promuovono con coraggio la distribuzione oppure organizzano circuiti di vendita on the road dove improvvisati venditori (stranieri) guadagnano una percentuale su ogni copia venduta (la più nota è Terre di Mezzo). Sono romanzi, racconti, leggende, diari e guide che i volonterosi librai nomadi offrono per pochi spiccioli ai passanti. Il resto viene distribuito in libreria, nei negozi di commercio equo e nei centri sociali. Solo ultimamente l’industria letteraria nostrana ha iniziato a manifestare un certo interesse per un’editoria a torto emarginata che potrebbe riservare sorprese. (È fresco di stampa il volume Ai confini del verso, a cura di Mia Lecomte, Edizioni Le Lettere, che raccoglie la migliore produzione poetica italofona di venti voci da diversi Paesi). Come ricorda Armando Gnisci, pioniere e principale studioso del fenomeno (La letteratura della migrazione, Lilith Edizioni, 1998), l’apparizione culturale della scrittura letteraria degli immigrati risale ai primi anni Novanta. Una storia breve che si può sintetizzare in una mini-periodizzazione: «Una prima fase “esotica” nella quale importanti editori provocano la pubblicazione di alcuni libri scritti a “quattro mani” da scrittori stranieri immigrati con la collaborazione di scrittori-giornalisti italiani; e una seconda fase “carsica”, nella quale la letteratura italiana della migrazione si sposta nel circuito della comunicazione “alternativa” a quella di mercato, del mondo del volontariato e del no-profit».
Insomma, ignorata e snobbata dalla cultura letteraria italiana ufficiale (critici inclusi, impegnati a districarsi nel recente e accidentato apprendistato di «cittadini del mondo»), la «letteratura altra», quella che non offre un terreno stabile e sicuro su cui edificare certezze, finisce per infoltire gli scaffali della pubblicistica sociale e della pedagogia interculturale. O al massimo viene liquidata come mero folclore. Ma chi sono i nostri immigrati che hanno scelto di scrivere nella nostra lingua, per loro del tutto nuova rispetto ai «colleghi» figli della colonizzazione?
Gli immigrati made in Italy provengono da tutte le parti del mondo e proprio per questo offrono una letteratura migrante molto più ricca e curiosa rispetto agli altri Paesi europei. Tra i più noti ricordiamo Pap Khouma (presente a Mantova), ex vu’ cumprà senegalese con diverse pubblicazioni alle spalle tra cui il primo libro scritto nel 1990 con il giornalista Oreste Pivetta (l’ultimo s’intitola Nonno Dio e gli spiriti danzanti, Baldini Castoldi Dalai). Lo scrittore - assurto a onor di cronaca di recente per un increscioso episodio di aggressione - dirige un sito che è diventato punto di riferimento dei migranti: si chiama El Ghibli, vanta oltre 160mila visitatori nel mondo e si avvale di una redazione di scrittori di varie etnie. Spesso la letteratura dei migranti di ultima generazione è tesa a sfatare attraverso l’umorismo gli stereotipi, i luoghi comuni, ma anche temi come la miseria, l’umiliazione e le aspettative disattese.
Conosciuto e stimato è il più lombardo tra i nuovi autori africani, Kossi Komla-Ebri, medico all’ospedale di Erba. Nato in Togo nel 1954, è approdato in Italia nel 1974 dove ha scritto diversi libri e collezionato premi letterari. Divertente e specchio dei tempi è il suo Imbarazzismi (Edizioni Dell’Arco), un libretto del 2002 che si legge d’un fiato: dal treno al supermarket, dall’ospedale alle strade in città, il dottor Kossi dipinge le tipiche situazioni di quotidiani imbarazzi che capita di vivere a tutti.
Scrive in italiano il giornalista-scrittore congolese Paul Bakolo Ngoi, 44 anni, due figli, in Italia da 23 anni. Ama chiamarsi afro-italiano. Laureato in Scienze Politiche, è stato tra i primi ai tempi della legge Martelli a essere convocato a Roma per discutere di immigrazione. Oggi lavora all’assessorato alla Cultura del Comune di Pavia ed è sempre in prima linea a perorare la causa di quegli immigrati che, a differenza di lui, fanno più fatica a integrarsi. Oltre a occuparsi di letteratura per adulti e ragazzi (è da poco uscito il suo libro in due parti, Eko, color cioccolato e Koba la tartaruga e Che vita sia!) da anni lavora con le scuole per parlare di multiculturalità e di temi legati all’Africa.
Un altro esempio è il volume Pecore nere (Laterza), raccolta di testimonianze che raccontano la realtà di una prima generazione di immigrati, nata o cresciuta in Italia. A descrivere le difficoltà del vivere quotidiano sono quattro donne: Ese Igiaba Scego, commessa in una libreria, nata in Italia da genitori somali espatriati nel ’69 dopo il golpe di Siad Barre («A Roma la gente corre sempre, a Mogadiscio la gente non corre mai. Io sono una via di mezzo fra Roma e Mogadiscio»); Ingy Mubiayi, nata al Cairo da madre egiziana e padre zairese, titolare di una libreria, va pazza per la pasta e si commuove al canto del muezzin; Laila Wadia, genitori indiani di origine persiana, nata a Bombay nel ’66, vive a Trieste, è sposata con un italiano, tifa per l’Inter e adora la cucina indiana.
Infine Gabriella Kuruvilla, nata a Milano da madre milanese e padre indiano, è architetto, ha un figlio e non porta il sari. Ama l’Italia e la sua India nel cuore.
L’elenco degli scrittori immigrati è sempre più folto, con sensibilità, esperienze esistenziali e livelli culturali diversi. E proprio per questo portatori di una nuova linfa vitale nel panorama letterario del Belpaese. Dall’italiano sommario delle prime opere si è passati a una maturazione linguistica di generi e contenuti di una produzione intensa e brillante: chi scrive di identità spezzate, chi oscilla tra il vecchio e il nuovo, chi narra l’esilio, chi la fuga dalla fame endemica, dalle pestilenze, dalle guerre e dalle dittature impossibili: consegnato al nomadismo, il moderno viandante procede nel suo cammino per trovare una nuova patria, la salvezza e la speranza.
Pensiamo all’iracheno Younis Tawfik, nato nel 1957 a Mosul (l’antica Ninive), trasferito nel 1979 in Italia lasciandosi alle spalle l’inferno di un regime. Oggi vive a Torino con la moglie e la piccola Rima, a cui ha dedicato un libro (Il profugo, Bompiani), un romanzo potente che alterna il linguaggio crudo e disincantato del giornalista a quello intenso e struggente del poeta, capace di cogliere le sfumature più nascoste dell’animo e del destino umano. Con il suo libro, emblematico nella sua drammaticità, Tawfik descrive le traversie del profugo che deve lasciare la propria terra per cause di forza maggiore.
L’esilio, la memoria, i migranti si lasciano un mondo alle spalle per incontrarne uno nuovo, dove la nostalgia li accompagnerà per sempre; quella stessa nostalgia che i tedeschi chiamano Heimweh o Sehnsucht, i francesi maladie du pays e i portoghesi saudade. La giovane Nacéra Benali è una di loro e scrive in italiano. Laureata in medicina, ha scelto di seguire la strada del giornalismo quando in Algeria è stata autorizzata la stampa indipendente, caso unico nel mondo arabo. Ha fatto discutere il suo libro-inchiesta Scontro di inciviltà. Italiani e musulmani equivoci e pregiudizi (Sperling & Kupfer) che, oltre a indagare i luoghi comuni che condizionano negativamente il rapporto Italia-Islam, rivela verità scottanti sulle responsabilità e le leggerezze di chi preferisce «non vedere» o soffiare sul fuoco. Nacéra Benali è vittima del terrorismo islamico, che le ha ammazzato parte della famiglia. Da allora si batte con la scrittura contro ogni forma di fanatismo.
Scrive Armando Gnisci: «Ritengo che i nuovi migrant writers siano i più vicini ai problemi mondiali del nostro tempo. Lavorano come gli antichi sacerdoti dei santuari sibillini: a diretto contatto d’orecchio con i linguaggi viscerali ed incomprensibili del mondo e gli unici a poterli tradurre nelle lingue comuni».
m.gersony@tin.it