SCRITTORI & SCIENZA

Il Barone Charles Percy Snow (1905-1980), scienziato e scrittore inglese, fu assistente del ministro della Tecnologia durante il governo di Harold Wilson. La sua fama è legata soprattutto alla sua Rede Lecture del 1959, The Two Cultures and the Scientific Revolution.
Argomentava Snow: «Molte volte mi sono ritrovato in mezzo a persone considerate di elevata cultura che provano un gusto particolare nel mostrare la loro incredulità rispetto allo scarso talento letterario degli uomini di scienza. Un paio di volte, dopo esser stato provocato in questo senso, ho chiesto ad alcuni di loro se potevano descrivermi la seconda legge della termodinamica, quella che riguarda l’entropia. Le risposte sono state fredde e, cosa ancor più interessante, del tutto insoddisfacenti. Eppure avevo fatto una domanda che può ritenersi l’equivalente scientifico di: “Hai mai letto qualcosa di Shakespeare?”. Sono dunque portato a ritenere che se rivolgessi una semplice domanda - tipo: cosa vuol dire massa o accelerazione? - che fosse l’equivalente scientifico di “Sai leggere?”, non più di una su dieci persone ben istruite penserebbe che io e lui stiamo parlando lo stesso linguaggio. È così: il grande edificio della fisica moderna continua a essere costruito e la maggior parte delle persone più intelligenti del mondo occidentale ne ha una conoscenza più o meno simile a quella posseduta dai loro antenati del Neolitico».
La distinzione tra cultura umanistica e cultura scientifica non regge più, visto che ormai le «culture» sono molte più di due. Ma è indubbio che generalmente gli scrittori siano tutti devoti a quel Ned Ludd che nel Settecento andava in giro a distruggere i telai meccanici per paura che mandassero disoccupate le tessitrici.
Da quando nel 1905 il signor Einstein tirò fuori la sua celebre formuletta, è vero che le cose si sono un po’ complicate e se fino all’Ottocento una persona di buona cultura aveva dell’Universo un’idea grosso modo analoga a quella di uno scienziato, al giorno d’oggi quanti di noi possono in buona fede sostenere di sapere quali leggi della fisica ci tengono appesi al firmamento o cosa succede nelle sinapsi del nostro cervello? Tutto questo ci è ignoto; e tutto questo ignoto ci sembra così ricco e affascinante da risultare una minaccia alla nostra immaginazione così come una macchina a vapore doveva preoccupare un luddista.
Sarà per questo, forse, che, con qualche eccezione (Musil, Broch, Carroll, Queneau, Borges, Perec, Pynchon; e in Italia Gadda, Calvino, Levi, Tobino), gli scrittori si avventurano raramente in territori scientifici, insensibili all’entusiasmo di Lautréamont quando nei Canti di Maldoror ad esempio esclamava: «Aritmetica! Algebra! Geometria! Grandiosa trinità! Luminoso triangolo! Colui che non vi ha conosciute è un insensato!».
Gli scrittori perseguono nelle loro opere gli stessi obiettivi dei fisici che indagano lo spazio e il tempo (dai quark alle galassie, dal Big Bang alla fine del mondo) e dei neuroscienziati che cercano di capire in che modo ricordiamo, amiamo e immaginiamo. Ma tra i narratori e gli scienziati continua a esserci una diffidenza che non può nemmeno dirsi reciproca.
In effetti, da quando Bertrand Russell si domandò se esiste nel mondo una conoscenza «così certa che nessun uomo ragionevole possa dubitarne» e si rispose liquidando la filosofia della scienza come la storia di una ritirata in un’ideale fallibilista, per la matematica e la geometria non vale più la tesi kantiana secondo cui i loro assiomi sarebbero giudizi sintetici a priori (e cioè universali e necessari), ma s’insiste sul fatto che siano delle convenzioni. Forzando il discorso, si può arrivare a dire che esse non sono altro che narrazioni e che solo lo studio della sintassi e della lingua utilizzate per svolgerle è utile.
Ecco, dunque, come va a farsi benedire tutto ciò che di ottusamente positivistico era emerso dalla rivoluzione scientifica del XVII secolo, l’epoca in cui si credeva d’aver finalmente eliminato il mondo dei «pressappoco» e di aver al suo posto fondato un mondo «archimedeo» in cui dominano la precisione, la misurazione esatta e la determinazione rigorosa.
La scienza, insomma, è un genere letterario? Certo è che anche per lei si applicano analisi di tipo sociologico (la scienza è una credenza localmente accettata) e retorico.
Feyerabend addirittura sosteneva che non esiste alcuna possibilità di distinzione tra attività scientifica e non scientifica, visto che il successo di una teoria scientifica dipende in larga misura non dalla sua intrinseca qualità ma piuttosto dalle capacità retoriche dei suoi sostenitori.
Pensiamo, ad esempio, alla Teoria delle Stringhe, la teoria più «sexy» di tutte, quella che nei sogni di centinaia di fisici potrebbe avvicinarsi maggiormente alla tanto a lungo attesa Teoria del Tutto: poche, eleganti equazioni, concise abbastanza da essere riprodotte sulle T-shirts. Come notava Jim Holt in un articolo sul New Yorker, la Teoria delle Stringhe «è bellissima dal punto di vista matematico. Resta solo da scriverne le equazioni. E ci sta volendo un po’ più del previsto... Decine di conferenze, centinaia di Ph.D e migliaia di articoli sul tema; ma non una singola e verificabile predizione: nessun dilemma teoretico è stato finora risolto. In effetti, a tutt’oggi non c’è alcuna teoria - solo una serie di ipotesi e di calcoli che suggeriscono che forse una teoria potrebbe esistere». La Teoria del Tutto sembra essere più che altro la Teoria sul Nulla. Ma è un nulla così seducente che se sei un fisico e vuoi far carriera devi far finta che davvero possa combinare tra loro la relatività generale e la meccanica quantistica.
È per questo che Holt si domanda - chissà quanto ironicamente - se la fisica non stia entrando nella sua fase postmoderna. Il modello standard utilizzato dalla fisica moderna per descrivere l’Universo «magari è brutto, ma funziona, al punto che può dirsi che sia una buona approssimazione della verità. Nell’era postmoderna, invece, ci dicono che l’estetica deve prendere il posto della verifica empirica. Visto che la Teoria delle Stringhe non s’abbassa ad essere testata direttamente, la sua bellezza deve essere la garanzia della sua validità».
Gli uomini che provocarono il sovvertimento cui diamo il nome di «rivoluzione scientifica», non lo chiamarono Nuova Scienza, ma Nuova Filosofia. Eppure, come scriveva Arthur Koestler nella prefazione al suo I sonnambuli, resiste «la voragine che ancora separa le scienze umane dalla filosofia della natura», come pure «l’idiozia delle barriere universitarie e sociali che vengono erette tra i due tipi d’indagine; è questo un fatto che finalmente cominciamo a riconoscere mentre sono passati quasi cinquecento anni da quando il Rinascimento ha inventato l’uomo universale».
Peraltro, secondo le recenti acquisizioni della neuropsicologia cognitiva, alla base dell’abilità di fare matematica vi sono gli stessi meccanismi cerebrali preposti all’elaborazione del linguaggio.
Qualche millennio fa il mondo dei babilonesi, degli egizi, degli ebrei era un’ostrica: c’era acqua sotto e sopra il solido firmamento. Esso era di dimensioni modeste, e caldamente racchiuso da tutte le parti come una culla, come un feto. L’ostrica dei babilonesi era rotonda, la terra era una montagna cava situata al centro e galleggiante sulle acque profonde; sopra si arrotondava una cupola solida ricoperta dalle acque superiori... il sole, la luna, le stelle danzavano lentamente da un bordo all’altro della cupola: entravano in scena a Levante, ne uscivano a Ponente. Questo era il cosmo così come lo osservavano gli antichi astronomi e lo raccontavano gli ignoti autori dell’epopea di Gilgamesh e della Torah.
Oggi, nei pressi di Ginevra, i ricercatori del Cern hanno costruito un tunnel circolare di venticinque chilometri di diametro per far viaggiare un protone al 99,9999991 per cento della velocità della luce. Nel 2008 il tunnel entrerà in funzione e - secondo alcuni scienziati - svelerà alcuni importanti segreti dell’Universo. L’ipotesi è che oltre alle sedici particelle che compongono il nucleo di un atomo ve ne sia una diciassettesima, chiamata Higgs. Se tutto ciò è vero si scoprirebbe che il vuoto non esiste e potremmo scavalcare il muro che divide la materia dall’antimateria.
Ci sarà, in questo caso, una Nuova Letteratura in grado di produrre miti attorno alla «materia oscura»?