Gli scrittori votano i colleghi (vivi e non)

«T u leggi solo gente morta, morta, morta!». Probabile che un lettore forte si sia sentito lanciare questa accusa almeno una volta nella vita, magari dalla fidanzata intellò e pro-life. Una lettrice forte, invece, magari dal fidanzato surfista stanco di vederla «troppo assente», sempre china su Colette o George Sand. Ma alla fine - per «non mancare il midollo della vita», come dicevano i romantici - è meglio leggere scrittori vivi o scrittori morti? La domanda potrebbe tornare utile per una radiografia della nostra attuale letteratura, dal momento che nutrirsi più di vivi o più di morti non può non avere conseguenze sullo stile e i contenuti di un autore. Urgeva, dunque, un’inchiesta. Potete persino approfittarne per scegliere le strenne natalizie. E ricordate: raramente uno scrittore italiano accetta di parlare di un suo collega!
«Gli scrittori vivi pongono problemi relazionali - ci racconta Franco Cordelli, di cui La marea umana, Rizzoli, è l’ultimo romanzo molto apprezzato da critici e lettori - ma il rimedio è semplice: uno se ne frega! Detto questo, leggo metà vivi metà morti. Ma non metodicamente. Cerco di alternare. Di recente ho visto a Torino il Filippo dell’Alfieri e sono andato a rileggermi la sua Vita. Meraviglioso. Letto con la matita in mano, per puro piacere: come anche, negli ultimi tempi, Mont-Oriol di Maupassant o Mademoiselle de Maupin di Gautier. Dove ho preso spunto per queste letture? Da un vivo: Stefano Agosti. Il suo Romanzo francese dell’Ottocento, per Il Mulino, è una messe di suggerimenti, oltre che un gran saggio. Ho dovuto buttar fuori casa, invece, come faccio di solito con gli scrittori viventi che hanno scritto volumi illeggibili, Le rondini di Montecassino di Helena Janeczek. Mi ha lasciato costernato. Scritto malissimo, non pareva nemmeno in italiano. Diciamo che la curiosità che mi spinge a leggere i vivi è più corriva, ecco».
Ma c'è anche chi ha già dato, coi morti. «Da ragazzo ho letto ossessivamente una montagna di classici - ci racconta Giancarlo De Cataldo, autore del recente romanzo risorgimentale I traditori (Einaudi) -. Da Thomas Mann a Joyce fino a Musil. Ora mi nutro solo di viventi. Tipo colleghi italiani non necessariamente giallisti. Ho appena letto l’ultimo di Faletti, l'ultimo di Marco Lodoli e i racconti di Ed McBain. John Grisham e Chiara Gamberale sono lì in attesa. Canale Mussolini di Pennacchi mi è molto piaciuto. Quelle sere che proprio mi lascio tentare dai morti, ecco che finisco sulla Cabala e sulle Upanishad».
«Morti, leggo quasi solo morti - ci dice Aldo Nove, in libreria con La vita oscena (Einaudi) - d’altra parte i morti sono più numerosi dei vivi, dico bene? Pound sosteneva che il classico è il nuovo che resta nuovo. Sono d’accordo. Dunque per me, che di base cerco sempre il nuovo, vanno benissimo. Una delle caratteristiche sorprendenti della letteratura è che ti consente di trovare il nuovo in un autore di tremila anni fa. In generale rimango affezionato ad alcune mie linee interiori. In questo momento sto leggendo Seguendo Gesù. Testi cristiani delle origini, pubblicato dalla Fondazione Valla, testi coevi ai quattro canonici. Ecco, la Fondazione Valla, fino al Rinascimento, è il mio nutrimento ideale. Diciamo, poi, che ogni quattro classici mi concedo un contemporaneo, spesso un saggista: Antonio Negri per la sua interpretazione del presente. Sebbene oggi stia leggendo un ebook inglese sulla psicologia del gatto».
Ci sono, però, anche splendide soluzioni mediane: «Leggo modernariato - ci dice Emanuele Trevi, autore de Il libro della gioia perpetua, Rizzoli - cioè libri che sono vicini a noi nel tempo ma che hanno già l’aura del classico. Adelphi ci ha fatto la sua fortuna editoriale. Un esempio? Gotico americano, un romanzo del 1985 scritto da William Gaddis, morto nel 1998. Alet l’ha appena ripubblicato. È un classico? Un contemporaneo? Non si riesce a capire. Vale anche per Richard Yates, autore di Revolutionary Road, che non è Turgenev, ma ha quel leggero allontanamento temporale dal nostro presente che gli garantisce una “resistenza” seducente ed efficace. Altro esempio di modernariato italiano è Goffredo Parise. Che dire poi di Alberto Savinio?»
«Morti? Viventi? Io sono onnivora! - ci dice Chiara Gamberale, in classifica con Le luci nelle case degli altri (Mondadori), ormai alla sesta edizione -. Come tutte le persone cresciute senza libri in casa mi muovo dal basso all’altissimo e viceversa senza nessun pregiudizio. L’autore a cui devo di più ultimamente è Philip Roth, ma penso che come scrittrice non sarei nulla senza Henry James. L’ultimo libro che ho letto, e mi ha fatto piangere, è il racconto lungo di Joyce I morti. Ma se volete un vivo ecco Sarah Shilo, scrittrice israelita: La pazienza delle pietra è pubblicato da La Giuntina. Non ho nessuna prevenzione verso i contemporanei, questo va detto. Sul comodino ho Autopsia dell’ossessione di Walter Siti, autore che amo molto, e Paura di volare di Erica Jong!».
A volte, però, non c'è partita: i morti vincono sempre. «Mi danno soddisfazioni micidiali - ci dice Camilla Baresani, una delle autrici dell’anno con Un’estate fa (Bompiani). È il caso di Romain Gary, per dire. Libri che ti lavorano continuamente dentro. Un altro è l’ultimo di Julien Green, Il visionario (Longanesi). I vivi uno scrittore li legge... per controllare il nemico! O per lavoro. Ad ogni modo, io vado sempre alla ricerca dello stile, della scrittura. I temi da soli, senza stile, non mi convincono. Oltretutto dubito riuscirei a seguirne alcuni che sono troppo lontani da me: come leggere più di trenta pagine di un romanzo sulla formazione di un giovane rapper a New York? Davvero troppo distante. Dev’essere scritto meravigliosamente bene per finirlo. E perché buttarsi sulla letteratura giovanilistica, quando non si ha la necessità di capire perché tuo figlio torna a casa impasticcato? No, niente di tutto questo fa per me. Nella scrittura cerco il ritmo, le scelte lessicali, la pulizia, il tono. Tra i morti è più facile trovare tutto ciò, perché c'è già stata una cernita che ti evita una gran quantità di delusioni».