Una scrittrice «cannibale» che è tutto ma non Rimbaud

Carico di odio e voglia di vendetta lo «Zoo» di Isabella Santacroce

Alessandro Massobrio

Sulla copertina di Zoo ci imbattiamo in uno sguardo inquietante. In realtà, inquietante quello sguardo non dovrebbe essere, perché ci viene rivolto da un bambino. Un bel bambino di forse neppure un anno di vita, che l'obiettivo fotografico ha ripreso nella sua culla, sistemata all'interno di una gabbia.
Il fatto è che, a meglio scrutarlo, lo sguardo dell'infante prigioniero rivela sinistre sfumature rossastre. Sicché appare del tutto naturale il dubbio che assale coloro che osservano: quella crudele segregazione è forse stata dettata da un oggettivo sentimento di paura per il piccolo «mostro» che ci si para di fronte?
A leggere il romanzo di Isabella Santacroce, sembrerebbe proprio di sì. Fin dalle prime righe della narrazione, infatti, il lettore comprende di essere precipitato in qualcosa che della realtà ha soltanto la parvenza, mentre la sua essenza più profonda è ben lontana dal mondo che ci circonda. I contorni appaiono, infatti, sfocati; i colori possiedono sfumature talmente violente da disturbare lo stesso nervo ottico; gli eventi rievocano certamente dolorosi episodi di cronaca nera, ma con l'esasperazione di certa pittura espressionistica. O meglio ancora, delle tavole dei cosiddetti fumetti Manga, quelle truci storie, inventante in Giappone, che sono diventate per molti adolescenti un oggetto di culto.
E adolescente è anche la protagonista di questa improbabile storia. Una bambina molto, molto particolare, la cui stranezza principia proprio dal fatto di essere figlia di due individui psichicamente sconvolti. La madre, proprietaria di una boutique, è donna dagli sbalzi caratteriali imprevedibili. A volte avvenente e dolcissima genitrice, altre orribile strega che rimprovera al marito il fallimento in quella che costituisce l'obiettivo di tutta la sua esistenza: la vocazione artistica.
Disprezzato e deriso, il padre infelice decide di riversare tutte le proprie attenzioni sulla figlioletta adolescente, con un atteggiamento quanto mai morboso ed ambiguo.
Padre o amante, si potrebbe chiedere a questo punto il lettore? Ma una simile ipotesi non è in fondo nulla rispetto a quanto lo aspetta poche pagine più avanti.
Veniamo, infatti, a sapere che il padre (nella vicenda i nomi sono rigorosamente espunti, quasi a voler rimarcare il fatto che di vicende simili - Dio ce ne scampi! - noi tutti potremmo essere protagonisti), colpito da ictus, versa in gravissime condizioni. Madre e figlia accorrono al suo capezzale, giusto in tempo per vederlo spirare e per giurarsi odio infinito ed eterno.
O meglio, è la figlia a nutrire questo delicato sentimento verso la sua genitrice, la quale invece sembra troppo occupata in altre faccende per curarsene. Giorno dopo giorno, la proprietaria della boutique, infatti, riprende la sua vita consueta, inclusa quella di procurarsi un amante, con il quale fa tardissimo la sera. La figlia schiatta letteralmente di rabbia. Il ricordo del padre morto da poco tempo e lo scarso rispetto nei confronti del defunto da parte di sua madre le provocano crisi di furore quasi epilettico. Nel corso di una della quali, perso l'equilibrio, precipita dal pianerottolo, ledendosi irreparabilmente la colonna cervicale.
Paralizzata agli arti inferiori, piena di un dirompente odio per la madre, la giovane paraplegica medita una vendetta atroce. Vuole in qualche modo punire orribilmente la propria madre per il male fatto a suo padre ed indirettamente anche a lei. La tormenta perciò in ogni modo, fingendo crisi che non ha, pur di tenerla sveglia la notte accanto al suo letto. Giunge al punto di segregarla nel bagno, di tagliarle la chioma di cui andava tanto orgogliosa e, infine, di imporle un rapporto omosessuale, al termine del quale la soffocherà con il cuscino su cui finalmente si è addormentata.
Nonostante Alessandro Baricco - a quanto si dice - massimo esponente delle italiche lettere, nonché ulivista di ferro (una cosa non potrebbe essere senza l'altra) spenda lirici quanto sgangherati complimenti su questa giovane scrittrice «cannibale», l'impressione che si trae dalla lettura di racconti di questo tipo è molto simile a quella che i contemporanei ricevevano dalla lettura del Bateau ivre di Rimbaud. Di essere cioè di fronte alla farneticante allucinazione di qualcuno posseduto dalla cocaina. Solo che Rimbaud è Rimbaud, Isabella Santacroce è soltanto Isabella Santacroce.
Isabella Santacroce, Zoo, Fazi Editore, Roma 2006, pag. 125, euro 12,50.