Scrivere è la mia guerra personale

Parla lo scrittore che a 76 anni è una delle icone della grande letteratura americana Stasera a Roma terrà una lettura alla Basilica di Massenzio

Edgar Doctorow è lo Scrittore. La sua voce è di carta. C’è lui, c’è un registratore sul tavolo in una stanza senza finestre di un albergo di Roma, ma registrare la sua voce significa rievocare gli odori, i clamori, le storie della Marcia, quella che dà il titolo al suo ultimo romanzo tradotto in italiano, che le enciclopedie descriveranno come «un grandioso affresco» della Guerra di Secessione, «magistrale racconto» delle sessanta miglia percorse dai sessantamila soldati dell’Unione agli ordini del crudele generale William Tecumseh Sherman fino a Savannah, 1864. Epica pura. Doctorow, a settantasei anni, è un’icona della letteratura americana. Non ce n’è più molti come lui.
Doctorow, da dove ha preso l’atmosfera, i meccanismi della guerra? Sembra di starci dentro...
«Mai stato in guerra. Sono andato militare in Germania, ma allora si combatteva in Corea. Questo è il lavoro del romanziere: immaginarsi nella pelle e nella vita di altre persone, questo è quello che facciamo. Ho letto alcune opere storiche, qualche lettera e diario di soldati, ho guardato parecchie foto della guerra civile, ma non è stata una vera ricerca: nulla di sistematico, di esaustivo, è stato un lavoro molto soggettivo. Come ha preso forma la storia? Nella gran parte dei miei romanzi ho usato l’io narrante, ma qui mi sono sentito più a mio agio negli stivali e nella mente di molti diversi personaggi. Ognuno di questi è venuto a me nella sua interezza con quello che era, i suoi rapporti con la guerra, come vestiva, come parlava. È il libro stesso, se lo scrivi scrupolosamente, a dirti come andare avanti. Ciò che ha cominciato a mostrarmi non erano solo i sessantamila soldati che marciavano verso la Georgia, ma tutta una civiltà on the road. Gli schiavi liberati non potevano restare indietro, dovevano unirsi. I bianchi che avevano perso la casa dovevano farlo per sopravvivere, tutta una civiltà si è ritrovata a marciare. Questo è quello che il libro mi ha detto. La marcia è diventata un mondo che fluiva».
Il movimento stravolge queste vite...
«Una cosa interessante è che la loro identità cambia. I due soldati confederali detenuti e liberati che sfuggono alla pena di morte, indossano le uniformi dell’Unione, e poi di nuovo quelle confederali, e di nuovo quelle dell’Unione. E continuano a cambiare per sopravvivere. Altri personaggi cambiano ancora più profondamente, come Pearl, la negra bianca che fa il tamburino, si educa attraverso la marcia. Per quanto orribile sia l’esperienza, alla fine riesci sempre ad adattarti».
Nel libro c’è tanta violenza, eppure alla fine sembra tutto un sogno, un po’ come la vita...
«Qualcuno nel libro dice: questa è la guerra dopo la guerra e prima della guerra. La guerra entra ed esce dalla nostra vita. Sempre».
Come lavora sulla lingua? Anche quando parla, pensa a lungo, prima?
«Io sono lento. Ho scritto questo libro in due anni e mezzo, tre, è la mia media, un paio di miei libri hanno richiesto di meno. Altri, come Ragtime o La città di Dio, che era molto complesso, cinque. Il tempo del romanziere è diverso dal normale».
Scrive quando si sente ispirato?
«Oh no! Devi lavorare ogni giorno, come chiunque altro. Se ciondoli qua e là in cerca d’ispirazione non combini nulla. Il lavoro è lavoro, e più lavori più il lavoro genera lavoro. Lavoro tosto. E noi che lo facciamo abbiamo una certa nobiltà. Si capisce che scherzo?».
Lei dov'è nel libro?
«Oh, io sono fuori del libro ora, il libro è andato... È come la fine di una storia d’amore».
Giudica mai le sue opere?
«Hai una sensazione, sì. Non consegni il libro all’editore finché non senti che è il più perfetto che potessi fare. Ma il libro stampato è diverso da quello che ti appare sullo schermo del computer o sul foglio della macchina per scrivere...».
Progetti per il futuro?
«Scrivere un altro romanzo. No, non le dico su cosa. Sono molto superstizioso a questo riguardo. Hemingway una volta ha detto: non scrivere il libro che stai scrivendo se non quando sei alla scrivania, non pensarci in nessun altro momento e non ne parlare. Scrivi e basta, fallo stando seduto».
Non è facile trovare scrittori che sappiano dare ai loro libri un respiro epico come lei.
«Abbiamo alcuni ottimi scrittori, ma non gliene dirò i nomi. Quando sono arrivato più o meno a un terzo della Marcia ho capito che copriva un territorio enorme e molti personaggi e ho deciso che questo era il mio romanzo russo, anche se non ci sono russi. La gran parte dei miei romanzi tendono a essere sociali, non personalistici o privati. Ragtime o La Città di Dio, se fossi un pittore li definirei murales».
Ci sono momenti in cui illumina un personaggio e poi lo abbandona e poi lo riprende, così i singoli appaiono sempre in una cornice più vasta. Era questo che voleva?
«No, non c’è un piano. Cominci a scrivere per capire che cosa scrivere e cominci ad ascoltare... Tutta la tua energia, la tua visione va dentro le frasi. È lì che vivi, nella frase, e il solo modo per uscirne è scrivere l’ultima riga».
E questa non è ispirazione?
«Sì, il processo non è completamente razionale. Qualche volta lavori e non ti rendi conto del tempo che passa, alzi lo sguardo e vedi che la luce è cambiata. Però è un lavoro, la tua testa comincia a pensare a cosa è giusto e sbagliato, a cosa va e cosa no. Scrivere è una combinazione di diverse facoltà della mente. C’è il suono delle parole, il ritmo delle frasi, attribuisci ai personaggi cose che sono vere di te... È vero, non è un lavoro solo intellettuale. Ma le ho detto un po’ troppi segreti, ho parlato troppo».

Edgar Laurence Doctorow questa sera alle 21 sarà ospite del Festival delle Letterature, alla Basilica di Massenzio di Roma