«Scrivo romanzi e canto pop Ecco l’Italia vista dal mio bar»

Oggi manca l’identità: tutti sognano cose che non hanno

da Milano

Proprio così, Max Pezzali è un one man show. Se la canta e la suona da solo, con rispetto parlando per carità, e in poco più di quindici anni ha creato un marchio così personale che provate a imitarlo se ci riuscite. La lingua di Pezzali - ve lo ricordate quando ancora ventiduenne nell’89 si presentò in tv a 1,2,3 Jovanotti cantando Live in the music con l’altro 883? - mette insieme il neorealismo e il vocabolario da stadio, il buonsenso bipartisan e i Vanzina in quella che è la sublimazione del provincialismo più puro e spesso ideale, così amato dalla gente e giocoforza dileggiato dagli intellettuali ma perfettamente sintonizzato con la realtà di cui lui, che è un metronomo istintivo e vincente, scandisce le fasi con perfida precisione. E allora anche il suo nuovo singolo Mezzo pieno o mezzo vuoto, uno dei tormentoni dell’estate, diventa il manifesto innocente e genuino di un momento, quello in cui bisogna per forza raggranellare l’ultimo ottimismo rimasto per non annegare nella negatività forza 9. E, parlandogli dopo che ha messo i suoi pensieri in musica e pure nel romanzo Per prendersi una vita (edito da Baldini Castoldi), si capisce perché gli viene così bene. Si è idealmente trovato, lui, un pavese che ama sgasare con le Harley Davidson, un osservatorio decentrato, sganciato dai circuiti ufficiali, da cui guarda il mondo quotidiano trovando ciò che tutti cerchiamo: piccoli punti di riferimento, rassicuranti, tradizionali e alla fine imperdibili (anche se a molti piace negarlo).
Caro Pezzali, lei ha appena pubblicato un cd dal vivo, Max live 2008, e adesso è in giro per l’Italia con il suo tour. Per usare un suo brano, la gente vede il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto?
«Diciamo che la nostra epoca ha perso l’abitudine di vedere la luce in fondo al tunnel. Anche negli anni ’80 le tematiche erano complesse e c’era molto pessimismo: si pensava che non si potesse più cambiare il mondo. Ma poi è cambiato, non posso dire se bene o male. Però è cambiato e quindi bisogna crederci anche adesso: l’evoluzione, il progresso non sempre arrivano dall’esterno».
Dice che ai giovani manca l’energia?
«Mi piace Giampaolo Pansa quando parla dell’Italia del boom economico. E sono d’accordo con lui: il boom non è stato preparato dall’alto e, negli anni Cinquanta, il clima era molto più precario di oggi. Ma la forza veramente eversiva, allora, era la voglia di cambiare senza aspettare un messia».
Oggi si delega tutto, anche la speranza.
«Mi sembra che in giro manchi l’identità: tutti cavalcano o sognano cose che non possono avere. Diciamo, prendendo spunto dal linguaggio dei giornali, che siamo diventati la nazione dei titolisti. Si vuole riassumere per forza la realtà senza accorgerci che poi la realtà cambia senza che ce ne siamo resi conto».
Pezzali, lei vuol dire che invece è sempre rimasto attento.
«Ho cercato, nel rispetto del linguaggio pop, di raccontare cose che da provinciale mi colpivano. Ho guardato il mondo seduto dentro un bar».
Anche Ligabue lo fa dal suo Bar Mario.
«Ma quello è un luogo più cinematografico, più epico, è la celebrazione di un modo di essere. Il mio bar è una postazione per guardare ciò che accade e registrare dei cambiamenti».
Ad esempio?
«Ma vi rendete conto di quanto siamo diventati bulimici con la tecnologia? Tutti a parlare di cellulari, iphone e ipod e quant’altro, tutti a cercare di avere in memoria trenta giga di musica che poi magari non ascolteranno mai».
Manie adolescenziali, suvvia.
«La giovinezza è un paravento dietro al quale spesso si nascondono ipocrisie clamorose. Il protagonista del mio romanzo, ad esempio, è un rockettaro duro e puro che poi diventa il più opportunista di tutti e spiega il trasformismo come una scelta ideologica. La vita poi insegna che la realtà è diversa».
Le piacerebbe scrivere un altro romanzo?
«Certo ma non voglio impegni contrattuali. Se mi viene, bene. Altrimenti aspetto di avere l’idea giusta e pazienza».
Dicono che il suo modo di scrivere canzoni sia stato un’ispirazione per molti.
«Ho costruito un universo mio che spero piaccia. Forse perché talvolta parlo della realtà come se fosse una fiction».
Le piacerebbe recitare?
«Ma non potrei mai calarmi nei panni di qualcun altro. Faccio già fatica a vestire i miei».