Lo scrutinio che gelò tutto il centrosinistra

E la Margherita si recò in Prefettura per segnalare l’incongruenza tra i dati reali e quelli che loro si aspettavano

Gianandrea Zagato

Lo scrutinio gela i diesse. Quell’urlo di vittoria delle quindici e un secondo è un ricordo pesante, sette ore dopo. Nella sede della Quercia milanese ogni punto e virgola in più per la Casa delle libertà si traduce in sofferenza e nella decisione di non fare festa in piazza Duomo, di cancellare quell’appuntamento per un brindisi collettivo. Restano così nel frigorifero della federazione di via Vipacco quelle due bottiglie di champagne che Emanuele Fiano si è portato da casa e restano sul taccuino del cronista anche le battute del capogruppo consiliare diessino: «Abbiamo vinto. L’exit poll segna una vittoria attesa dopo cinque anni. Di quanto vinciamo? Be’, c’è tempo per capire il distacco». Virgolettati da rileggere insieme a quelli del segretario cittadino Pierfrancesco Majorino, «vince la voglia di cambiamento», e del segretario provinciale Franco Mirabelli, «è un risultato a cui stiamo lavorando da anni, abbiamo creato le condizioni per cambiare questo Paese».
Valutazioni seguite dagli applausi della pattuglia di militanti presenti nel seminterrato che ospita la sala stampa e dove il candidato al Senato Giorgio Roilo, ex segretario della Camera del Lavoro, alle sedici, dichiara «siamo in presenza di un voto che indica un giudizio negativo sul governo uscente». Già, «un giudizio» che spinge il suo successore in corso di Porta Vittoria, Onorio Rosati, a guardare al futuro «ora Romano Prodi non deluderà le aspettative di un Paese che vuole cambiare».
Ultime parole famose, con tanto di «grazie di cuore ai pensionati e lavoratori che hanno dato una decisiva svolta». Sterzata che Marco Marturano, esperto di comunicazione politica allo Iulm e spin doctor di Bruno Ferrante, sintetizza con una battuta: «Da oggi non si può più dire “piove governo ladro”». Risatine di sottofondo che lasciano spazio al silenzio quando sullo schermo del Sony ventun pollici appare Filippo Penati: «C’è per l’Unione una maggioranza che le consente di essere forza di governo e dentro quella voglia di cambiamento che il Paese ha espresso» ma, avverte il presidente della Provincia, «naturalmente, aspettiamo i dati definitivi per un commento più approfondito».
Peccato che, quello dell’ex sindaco dell’ex Stalingrado d’Italia, sia l’ultimo commento disponibile: infatti, al Botteghino meneghino mano mano che arrivano i dati dello scrutinio cala la voglia di mettersi davanti a una telecamera e sorridenti rilasciare dichiarazioni all’insegna dell’«hasta la victoria». Poi, dalle venti, è solo l’angoscia, l’inquietudine per ogni dato: «Siamo cascati nella voglia di fare festa troppo presto, ora paghiamo un biglietto pesante. In gioco c’è il futuro del nostro Paese, non possiamo perdere le speranze, né lasciarci abbattere. Non ne abbiamo il diritto» racconta Alberto Biraghi sul sito internet www.onemoreblog.org. Pensierino che, all’ombra della Madonnina, sintetizza la rabbia delle sinistre davanti al voto dei milanesi, quello che «è risultato benaugurante per le comunali» garantisce Bruno Ferrante: «Risultato positivo che consente di guardare al futuro con serenità».
Tutto bene se non ci fosse un dettaglio di meno: l’augurio dell’aspirante sindaco del centrosinistra, alle ventuno, non è seguito dalla «festa in piazza Duomo». L’ex inquilino della prefettura è costretto a rimandare la sua serata di musica e brindisi. Appuntamento cancellato dai voti reali che mandano al tappeto l’Unione e smentiscono clamorosamente tutti i sondaggi e gli exit poll di Nexus, Swg e degli altri istituti di ricerca. E mentre, alle ventidue, una delegazione della Margherita si reca in prefettura per segnalare «l’incongruenza» dei dati che escono «rispetto al polso della situazione che avevano», Fiano si riporta a casa le sue due bottiglie di champagne.