SCRUTON Non uccidete la caccia

Bufalefi, nome arabo, territorio di Noto, cuore agricolo di Pachino. È una primavera di sessant’anni fa. Nel baglio del grande caseggiato, le galline razzolano tranquille sul pavimento di pietra. Non sospettano la presenza del nemico, che ha le spoglie di una volpe. Poco più che un gatto spelacchiato, data la stagione: sei chili di muscoli con una lunga coda, sorretti dall’imperativo categorico di sfamare i cuccioli lontani. Lontani perché la volpe, come i ladri d’altri tempi, tiene alla larga i figli dal pericolo...
D’un tratto, quasi si sovrappongono gli schiamazzi dei polli e le urla di una donna. E subito il massaro corre in casa e ne torna fuori con in una mano la doppietta arrugginita calibro 16, e nell’altra due cartucce con gli orli mangiucchiati dalle ricariche. L’amministratore - pur nella concitazione, non rinuncia al Voi - strappa il fucile al massaro, lo carica in fretta e prende a seguire con le canne la rossa predona che, in bocca il suo fagottone chiaro, sta per squagliarsi tra i carrubi. Alla prima botta resta la gallina a dimenarsi sul campo. La seconda finisce anche la volpe, consegnandola al pantheon dei ricordi, tra quelle storie interminabili che l’amministratore, fino a tardissima età, avrebbe raccontato, non ai nipoti, ma alla famiglia dei proprietari dell’azienda, ormai da tempo la sua famiglia. Non sembra inutile ricordare che nella masseria si fece festa, perché furono cucinate a dovere una gallina ed una volpe. Con buona pace di quello schizzinoso di Oscar Wilde, per cui la volpe non sarebbe commestibile.
La storia mostra la fotografia perfetta di una realtà scomparsa. C’è il massaro, che rimanda alla mezzadria, prima che democristiani e comunisti insieme (sempre d’accordo sulle cattive riforme), la eliminassero uccidendo l’agricoltura italiana. Troviamo la figura ormai archeologica dell’amministratore galantuomo - sempre rara avis, ricollegabile tuttavia a un reddito agricolo non simbolico...
Vi sono poi alcuni particolari di non poco conto. La doppietta in campagna, prima che i possessori di vecchie armi da caccia venissero equiparati ai terroristi. Le galline in cortile, quando non esistevano le AUSL o come diavolo si chiamano, né l’aviaria, e neanche i mangimi bilanciati. Ancora, le basole, ovvero, come le indicano spocchiosamente le Sovrintendenze ai Beni Culturali, «gli spalti pavimentali di pietra», che conferivano una naturale eleganza alle fabbriche siciliane, un semplice decoro presente nell’androne del palazzo nobiliare come nel più modesto baglio di una masseria. C’è, in questa piccola storia vera, un flash della nostra civiltà contadina, quale la immortalò Guido Piovene nel suo Viaggio in Italia.
E poi c’è la volpe. Anche il simpatico canide non è più lo stesso. All’epoca non trovava selvaggina d’allevamento che odora di stalletto a «ripopolare» le campagne. Né poteva mettersi a tavola banchettando sulle discariche che la modernità ha generosamente distribuito nei paesi come per le campagne. Se la volpe voleva sfamare i suoi figli, doveva catturare un po’ di topi, un coniglio, piccoli di coturnice o, al massimo, un bel pollo ruspante.
La storia - che ho sentito mille volte e che, da bambino, non mi sarei stancato di ascoltare - mi è tornata in mente a proposito del libro di Roger Scruton Sulla Caccia. Riflessioni filosofiche per un’apologia dell’ars venandi (Editoriale Olimpia, pagg. 150, euro 15, traduzione di Diana Sears Panconesi, prefazione di Mario Ricciardi). Un’appassionata, coraggiosamente reazionaria professione di antimodernismo da parte del filosofo inglese che, dopo aver criticato da posizioni conservatrici socialismo e liberalismo in The Meaning of Conservatism, si presenta come l’organizzatore della resistenza britannica alla legge che vieta la storica caccia alla volpe coi cani. Con tutto il rispetto per la fiorentina Editoriale Olimpia, specializzata in testi di caccia e pesca, Scruton, per la sua fama, le tesi sostenute e la prosa brillante, avrebbe meritato l’interesse di un grande editore nazionale.
Ma torniamo alla storia iniziale. Essa conserva qualcosa di impalpabile, ancora non del tutto estinto: il profumo della caccia. Non è facile spiegare che cosa sia e non servono le ideologie. Ci aveva provato Ortega y Gasset col suo Sobre la caza del 1942, regalandoci pagine memorabili sul rapporto uomo-cane e spiegando che il cacciatore recupera la sua animalità sommersa, ritrovando se stesso. Scruton, senza citare lo spagnolo, ne segue le orme, quando ricorda che «chi è civilizzato ha bisogno di fare penitenza per questo suo stato». Da figlio - scontento - dei tempi, egli sa che, «diversi dalla vecchia aristocrazia, ci manca la cultura e, dunque, la pronta consapevolezza della nostra condizione». Allora è con la caccia alla volpe, montando a cavallo, che il nostro ritrova «riserve di energia che milioni di generazioni hanno immagazzinato con fatica dalla raccolta di sofferenza umana». Questa unione intima tra specie trasferisce alla nostra mente umana non solo l’eccitazione degli animali, ma anche la concretezza innocente dei loro pensieri. Scruton descrive la vecchia Inghilterra che non c’è più, e parla un linguaggio universale.
La caccia non si limita all’uccisione della preda, ma è forse il solo luogo dove si realizza compiutamente l’imperativo kantiano: «agisci avendo l’uomo come fine». Essa presuppone ritualità precise, un’intesa straordinaria coi cani e col cavallo, un lavoro di squadra che è il sale della democrazia perché annulla le differenze sociali fondandosi sul merito. Come non pensare a Ciccio Tumeo che, nel Gattopardo, solo a caccia - testimoni il vento e i cani - trova il coraggio di dire al principe ciò che pensa...
Non sparo alle volpi da vent’anni. Troppo simili ai cani, che adoro. Ma questo non vuol dire: si tratta di una fisima culturale. Ne ho anche mangiato una, una volta, cucinata secondo tradizione. Così, per sapere: non peggio dell’orso, né della balena. Ho cacciato in mezzo mondo, sempre con i miei cani. In fondo, però - ed è questo il messaggio di Scruton -, il vero profumo della caccia puoi sentirlo soltanto a casa tua. Come dicono i gesuiti, unicuique suum, a ciascuno il suo.
È quello dei muri a secco costruiti in Sicilia ad altezze vertiginose senza filo a piombo, liberando i terreni dalle pietre e creando al tempo rifugio ai conigli. Dei covert, gli sporchi della campagna inglese sopravvissuti agli eurocrati. Delle siepi che, con fatica da Sisifo e una qualche speranza d’immortalità, ripianto nella mia azienda perché offrano riparo alla fauna e riposo all’occhio. Della dimensione umana che la solitudine modernista ha ucciso e che ancora una corsa a cavallo con i cani, ma anche una passeggiata nel bosco con il bracco possono regalarti. Inutile cercare di spiegare a chi mai capirà. In fondo, neppure ci dispiace per lui.