Scudo per salvare le banche: "Nessuna fallirà"

Il governo vara il piano anti-crisi: fondo pubblico a garanzia dei conti correnti; Stato azionista temporaneo di chi può essere scalato per scarsa liquidità; garanzie a piccole e medie imprese. <strong><a href="/a.pic1?ID=296836">Berlusconi: &quot;Nessun risparmiatore rischia&quot;</a></strong>

Roma - Uno scudo preventivo contro la speculazione. Questo, in estrema sintesi, l’obbiettivo del decreto legge approvato dal Consiglio dei ministri straordinario. E che Giulio Tremonti, in precedenza, ha illustrato al capo dello Stato. Il provvedimento va in tre direzioni: difende i risparmiatori; garantisce gli istituti di credito in caso di difficoltà; interviene a sostegno delle piccole e medie imprese.

La prima. Nella sostanza «nazionalizza» il Fondo interbancario di garanzia. In tal modo, il governo assicura che i depositi bancari saranno garantiti sempre e comunque. Finora i depositi bancari erano garantiti fino a un massimo di 103mila euro dal Fondo interbancario di garanzia: un organismo privato che raccoglieva risorse dai bilanci delle banche. La crisi attuale, e l’effetto domino che può provocare (e sta provocando), hanno convinto il governo a dare una copertura statale al Fondo.

Lo strumento per «nazionalizzare» il Fondo interbancario è stato il potenziamento di un altro Fondo di garanzia, vigilato dalla Consob e istituito dal ministero dell’Economia. Questo Fondo nazionale di garanzia, che finora copriva rimborsi per titoli pubblici, azioni e liquidità fino a 20mila euro, viene rafforzato dal decreto così da dare copertura fino a 100mila euro.

In tal modo, il governo punta a proteggere i risparmi - sotto le diverse forme detenute - fino a 100mila euro. Il doppio del tetto autorizzato dall’Ecofin l’altro giorno a Lussemburgo.

La seconda direzione del provvedimento guarda alle banche. In mattinata, il ministro dell’Economia ha diramato una nota per annunciare la sua «condivisione» con le misure introdotte dal governo inglese. Gordon Brown ha stanziato 63 miliardi di euro per avviare la parziale nazionalizzazione di otto banche del Regno Unito. Lo schema del decreto legge approvato dal Consiglio dei ministri ripercorre a grandi linee gli strumenti messi in campo da Londra, ma senza puntare alla nazionalizzazione. La dotazione dell’intervento dovrebbe ammontare a 20 miliardi di euro (anche se la cifra potrebbe salire); pronti a essere utilizzati se qualche banca italiana dovesse subire un’aggressione da parte dei mercati.

Nella sostanza si tratterebbe di un vero e proprio scudo per tenere a distanza la speculazione che sta già mordendo diversi istituti di credito, Unicredit su tutti. La scelta del governo nasce dalla considerazione che il mercato sta attaccando una banca dopo l’altra e si trasferisce indifferentemente da un Paese a un altro. Dove trova la porta chiusa da misure alzate in difesa, si sposta su un’altra piazza. Da qui, la scelta di alzare uno scudo preventivo in difesa delle banche italiane. Non solo. L’applicazione di questo scudo può essere di due tipi: semplice finanziamento per assicurare liquidità, o ingresso diretto nel capitale (con conseguente rimozione del management, come previsto a livello europeo). In tal caso, però, il ministero dell’Economia interverrebbe solo nella parte di aumento di capitale di una banca non sottoscritto dal mercato. Rileverebbe azioni privilegiate senza diritto di voto; per poi uscire, una volta che la banca è tornata in sesto. Interventi del genere sono stati resi possibili dalla decisione assunta l’altro giorno a Lussemburgo all’Ecofin. In quella sede i ministri economici e finanziari dei «27» hanno deciso che ogni Stato poteva intervenire a salvaguardia del proprio sistema finanziario, senza incorrere nella violazione della norma comunitaria sugli «aiuti di Stato» e senza ledere il principio della libera concorrenza.

La terza direzione del decreto punta a creare formule di sostegno alle piccole e medie imprese, soprattutto per quanto riguarda l’accesso al credito. La Banca d’Italia viene chiamata a dare garanzie collaterali al finanziamento delle banche. Una scelta che dovrebbe favorire indirettamente l’accesso al credito da parte di imprese di piccole e medie dimensioni.