Le sculture mobili di Calder ingegnere dell’arte

«La gente pensa che i monumenti possano emergere dal terreno, mai scendere dal cielo». Alexander Calder, poeta del movimento scultoreo e della vitalità della materia, spiega così idea e solennità delle sue sculture semoventi in sospensione che hanno rivoluzionato l’arte del Novecento, reinterpretando il concetto di spazio. Il suo genio di artista-ingegnere è celebrato fino al 14 febbraio nella retrospettiva «Calder» a Palazzo delle Esposizioni con 160 opere. Obiettivo: andare alla scoperta di un «nuovo» Calder. «Nel tentativo di illustrare complessità e varietà dello stile e dell’ispirazione di mio nonno - dice il curatore Alexander S. C. Rower, nipote dell’artista - sono in mostra opere mai esposte prima e altre che lo sono state raramente. Una scelta mirata ad affascinare anche gli addetti ai lavori, puntando l’attenzione su aspetti meno noti del suo lavoro, incluso il passaggio tra figurativo e astratto, di norma poco indagato». Sono questi ultimi il cuore della mostra, tra inediti e «classici» provenienti da musei e collezioni di tutto il mondo, come il primo «mobile» realizzato nel 1932 ma mai esposto, il rivoluzionario «Small Sphere and Heavy Sphere», e il gigantesco «Pittsburgh», datato 1958, senza dimenticare la levità in bianco e nero della «Raffica di neve».
Figlio e nipote d’arte, Calder non voleva seguire le orme di famiglia e si dedicò all’ingegneria. La commistione dei due linguaggi espressivi lo porta, però, presto a tentare di «scolpire» il movimento, senza imprigionarlo in forma, momento o monumento, ma lasciandolo libero di «essere» nell’interazione con spazio e osservatore. Scoperta la vocazione a creare, o meglio, come diceva lui stesso, a «giocare con l’ingenuità», Calder, nato a Lawnton, si trasferisce a Parigi e a New York, dove, entrato in contatto con Duchamp, Ray, Mondrian e Mirò, comincia a dedicarsi alla pittura - vari e quasi mai esposti prima i quadri in mostra - e, soprattutto, alle sculture in filo di ferro, che gli permettono di lavorare con il «vuoto», imprigionato da un filo appunto, cornice per la fantasia che fa al contempo sentire il peso della materia. Dalla forma all’«informe» il passo è breve. Calder non abbandona né dimentica l’essenzialità di ritratti e scenari, ma li trasforma in essenza e metafora, per poi superarli, uscendo dalle «gabbie» di filo e soggetto per raccontare il moto. Fisico e dell’animo. Sospensioni in metallo e materiali di recupero, i «mobile» si muovono e modificano con lo spostamento d’aria, ma il moto contagia pure la materia «radicata», influenzando le sculture a terra, gli «stabile».
La stabilità in Calder, però, non è staticità: tutto si muove e nulla è uguale a se stesso. In moto perenne, la materia diventa idea e l’opera rivela la sua natura di «fantasma», con giochi di colore e ombra capaci di occupare sia lo spazio fisico che quello dei pensieri.