SCUOLA CINESE

Lo vedete che il viaggio in Cina non è del tutto inutile? Forse Prodi non riuscirà a esportare i nostri prodotti laggiù. Però in compenso sta provando a importare la loro democrazia quaggiù. E infatti, studiata a fondo la lezione di Mao Zedong e Deng Xiao Ping, ha respinto con sdegno la richiesta di riferire su Telecom in Parlamento: «Ma siamo matti?». Sicuro: «Siamo matti?». Che pretese sono? Al massimo lui riferisce al Comitato Permanente del Partito comunista di Pechino.
Certo che questi parlamentari italiani hanno delle strane esigenze. Vogliono a tutti i costi sapere di Telecom. È vero che c'è in ballo il destino di una delle più importanti aziende italiane; è vero che attorno al quel destino il governo ha combinato pasticci a più non posso; è vero che c'è un piano uscito da Palazzo Chigi che prevede spese per 14mila miliardi delle vecchie lire; è vero che quel piano è stato inviato dal più stretto collaboratore economico del premier; è vero che incredibilmente il premier dice di non saperne nulla; ed è vero che alla fine della giornata Tronchetti Provera si è pure dimesso da presidente Telecom, allungando nuove ombre sull'intera vicenda e sul ruolo del governo: è tutto vero, ma insomma, perché deputati e senatori (rappresentanti dei cittadini) si ostinano a occuparsi di queste cose? Non hanno nulla di meglio da fare? Che ne so? Una partita a briscola? Un torneo di bocce? Una gara di biglie sul parquet di Montecitorio?
Suvvia, onorevoli carissimi, se proprio non sapete come passare il tempo chiedete a Prodi di riferire in aula sui trucchi del ping pong, sui germogli di bambù o sui mille diversi modi per cucinare il riso alla cantonese. Di quello lui può parlare, di quello il Parlamento si deve occupare. Di Telecom, no, per favore: ma siamo matti? Di Telecom ci si occupa negli antri bui, nelle stanzette segrete, nei comitati d'affari riuniti nel retrobottega di Palazzo Chigi. Persiane chiuse e luci basse, per carità. Che nessuno se ne accorga, che nessuno sappia. Altrimenti dove andiamo a finire? In un Paese democratico?
Non sia mai detto, a Pechino se ne potrebbero avere a male. E poi ci sarebbe anche un altro problema: in Parlamento Prodi non saprebbe cosa dire. La tesi ufficiale è: il consigliere ha preparato un piano su Telecom e lo ha mandato in giro su carta intestata Presidenza del Consiglio, ma il Presidente del Consiglio non ne sapeva nulla. Ma dai: vi pare? Con che coraggio si può raccontare questa storia senza farsi strozzare dalle risate? Rovati è il collaboratore più stretto del premier, il consigliere più fidato, l'amico di tante battaglie, l'elemosiniere della campagna elettorale. Rovati sta a Prodi come Cip sta a Ciop, come Spic sta Span, come Ric sta Gian: coppia fissa. Inseparabili. E che fanno i due? Si vedono, si frequentano fuori e dentro il palazzo, vanno insieme dappertutto (anche in Cina), affrontano i grandi problemi dell'economia e mai, dico mai, neanche una parola su Telecom? Suvvia: è più facile credere al benefico effetto della Rivoluzione Culturale sulle masse che a una panzana del genere.
Il fatto è che Prodi è indifendibile. E infatti nessuno lo difende. Dalle 16.20 (ora del «Ma siamo matti?») alle 21.20 ho contato sul mio computer alla voce «Prodi e Telecom» 165 diverse agenzie. Fra tutti gli intervenuti, non uno che si sia schierato con lui. Neanche un deputatino della Margherita, neppure un pasdaran dell'Unione: niente di niente. Silenzio assoluto. Il Professore è solo con i suoi nervi a fior di pelle. Solo col suo imbarazzo in una situazione che diventa di ora in ora più difficile da controllare. Ed è per questo che perde, insieme, la pazienza e la faccia.
Ma sì, nemmeno lui riesce a difendersi. Liquida il tutto con poche arroganti parole. Dice che sono «tutte chiacchiere», che non c'è «niente di nuovo». Sicuro: niente di nuovo. Un'azienda che barcolla, una figuraccia di dimensioni planetarie, i piani «artigianali» che vanno e vengono per fax, dilettanti allo sbaraglio che giocano con i miliardi come se fossero tortellini, Tronchetti che rassegna le dimissioni, intromissioni indebite, una malsana voglia di ritornare di nascosto al dirigismo in stile Iri: niente di nuovo, è chiaro. Risponderne in Parlamento? Ma siamo matti?
Del resto Prodi è abituato così. Ha mai risposto al Paese del suo bislacco comportamento sul caso Sme? O delle strane privatizzazioni dell'Iri? Ha mai spiegato perché quando diede via Cirio i più pelati finirono per essere gli italiani? No. E dunque perché dovrebbe spiegare adesso? A gennaio di quest'anno in un'intervista alla Stampa disse: «È il momento per la politica di fare un passo indietro per allontanare da sé i sospetti di collusione con i grandi centri economici». Alla faccia: appena arrivato al governo ha brigato con le banche. Ora si fa cogliere con le mani nella marmellata Telecom. Che dire? Il passo indietro forse è meglio se lo fa lui. Ma se sta fermo è meglio ancora. Ma sì, resti lì a Shanghai: del resto con tutte le paccottiglie che ci rifilano i cinesi, avremo pure diritto a una ricompensa, no? Forza amici gialli: tenetevi il premier paccottiglia lì con voi. Vedrete che sui temi della democrazia vi troverete d'accordo. E per il resto, vi adatterete: la Mortadella non è il massimo, è vero, ma sempre meglio degli involtini primavera.