La scuola deve scendere dallo skateboard

Caro Granzotto, lei ha confessato di non apporre la sua firma «in calce a qualsivoglia pubblico appello o istanza» precisando subito dopo: «Potrei fare una sola eccezione: la richiesta di reintrodurre nelle scuole la punizione corporale, tipo righellata sul palmo della mano, in ginocchio sui ceci, scappellotto ben assestato eccetera». Come sa io ho un po’ le mani in pasta in queste cose e le dico che per quello che ha scritto meriterebbe di essere messo a capo della riforma della scuola. Se mi permette di essere serioso, le spiego i motivi: ricordo che in prima elementare, Fratelli delle Scuole Cristiane, il Direttore, nonché nostro Maestro, usava ancora le bacchettate sulle mani. Nessuno della mia classe ne è rimasto traumatizzato, anzi, i risultati finali del più scabercio di allora darebbero diritto alla promozione nell’esame di terza media odierno (non faccio assolutamente battute). Il senso della punizione corporale è proprio quello dell’immediatezza nel togliere all’alunno il senso dell’impunità. La valenza didattica è enorme. Si potrebbero recuperare il 90% degli alunni senza necessità di investimenti economici. La paura di abusi ed eccessi? Basterebbe l’attuale sistema di garanzie e non dimentichiamo che, passati i primi momenti, ben pochi in realtà sarebbero i casi in cui l’irrogazione si renderebbe necessaria. L’ostacolo principale? I genitori... Non so, caro Granzotto, se troverà altri firmatari della sua petizione, ma uno, almeno, l’ha trovato!


Sull’attuale sistema di garanzie non farei molto conto, caro amico. Lei conosce la storia del professor Valter Caggio? Sarà magari il risultato della dottrina Bertagna - coordinatore della Commissione incaricata di elaborare un’ipotesi di riforma scolastica - secondo il quale la scuola deve adattarsi agli allievi e non viceversa, ma il tribunale lo ha riconosciuto colpevole di tentata violenza perché, esasperato, strappò di mano a una sua allieva il telefonino che continuava a squillare durante l’ora di lezione. Pensi cosa sarebbe capitato al povero professor Caggio se oltre a requisire il dannato telefonino avesse dato uno (strameritato) scappellotto alla ragazza: incorrendo nel reato di percosse gli avrebbero inflitto undici anni di galera. Con questi chiari di luna come si può pretendere che la scuola svolga la sua fondamentale missione di crescere buoni cittadini? Ammaestrando la gioventù ad adempiere i doveri e non semplicemente crogiolarsi nei diritti, educandola ad affrontare e a misurarsi con le difficoltà riconoscendo le gerarchie, rispettando i divieti, osservando la disciplina?
Sono d’accordo con lei, caro amico: per tornare indietro occorre che a volerlo siano i genitori, quelli che hanno sposato le scelte educative del Sessantotto, dal vietato vietare all’egualitarismo buonista, dalla criminalizzazione del principio di autorità al concetto che tutto è dovuto per diritto naturale, senza sforzo, e che non debba essere lo studente a elevarsi culturalmente bensì la cultura ad adattarsi al livello più basso - raso terra - della classe discente. Non c’è Moratti che tenga: è chi ha provocato il danno che deve porvi rimedio e dunque sono le famiglie a doversi rimboccare le maniche e pretendere - dico proprio pretendere - che la scuola torni a essere un periodo formativo e non ricreativo. Capisco l’importanza esistenziale dello skateboard, della piscina, di tennis e calcetto, della settimana bianca, delle gite scolastiche, dell’assemblea, del forum, del «percorso individuale», del videogioco, del trekking e del rafting, dell’evadere un centinaio di Sms al dì, del corso di telaio afghano e quello sulla cultura musicale etnica, dei Simpson e del concerto dei Subsonica. Ma qui, se non vogliamo andare definitivamente a ramengo, occorre che gli italici virgulti tornino a sudar freddo nell’imminenza degli esami e sappiano che chi sgarra, chi trasgredisce verrà punito. Anche, nel caso, con una righellata.