"La scuola è finita" ma i ragazzi non vanno in pace

Professori demotivati, famiglie assenti e studenti sbandati. Il film dell’insegnante Valerio Jalongo (primo italiano in gara) racconta l’assenza di regole nelle aule. E <em>In a better world</em> di Susan Bier c’è tutta la solitudine dei giovani del Duemila<br />

Roma - Da lì in cima, sopra i tet­ti di Roma, oppure di una pic­cola cittadina della Danimar­ca, il mondo è diverso. Le gam­be penzolano oltre il cornicio­ne e puoi scrutare il vuoto. Mi­surare il distacco dagli altri. Per­sino provare il brivido di la­sciarti cadere. Soprattutto se sei un adolescente trascurato da genitori immaturi o distanti non solo geograficamente. Si ri­fugia sul terrazzone dell’istitu­to Pestalozzi Alex Donadei, piercing tra le sopracciglia, fel­pa con cappuccio e pasticche colorate distribuite durante la ricreazione, il protagonista di La scuola è finita di Valerio Ja­longo, passato ieri in concorso. E si isola lassù, sopra il palazzo­ne che dà sulla stazione dei ca­mion, anche Elias (Markus Ry­gaard), in rotta con il padre che si è arreso troppo presto al can­cro della moglie e madre ama­­tissima, figura centrale di Haev­nen­In a better world di Susan­ne Bier.

Dopo la serata inaugurale con la scenografica protesta di attori cineasti e lavoratori del mondo dello spettacolo, al Fe­stival Internazionale del Film di Roma tornano a contare i film. E protagonisti diventano ragazzi un po’ sbandati,proble­matici, senza futuro come sem­pre di più se ne trovano nelle scuole di questi anni. Magari vittime di odiose forme di bulli­smo, come nella pellicola della Bier, vincitrice a Toronto. Ma stavolta sotto accusa non sono il sistema o, come qualcuno vorrebbe, il governo che non sostiene abbastanza l’istituzio­ne scolastica, cercando di sco­var­e un nesso tra la contestazio­ne dei Centoautori e quella che un’opera come La scuola è fini­ta dovrebbe alimentare.

«No, il mio non è un film di denuncia sociale», taglia corto Jalongo, che pure è uno dei Centoauto­ri. «Ma è un film rivolto ai ragaz­zi che incontro nella mia pro­fes­sione di insegnante e che tro­vo sempre più irraggiungibili ». Sotto accusa è, invece, il mon­do degli adulti. Tanto per capir­ci, al primo che gli rivolge la pa­rola, il nuovo compagno della giovane madre che gli chiede se deve chiamarlo Alex o Da­niele, il protagonista di La scuo­la è finita risponde secco: «Se non mi chiami per niente non sbagli».

Genitori evanescenti, madri irresponsabili, professo­ri demotivati che, se tentano di proporsi come punti di riferi­mento per i propri studenti an­noiati e cinici, lo fanno tra mille alti e bassi, tra mille fragilità. Nell’ordinato liceo della cit­tadina danese, quando uno dei ragazzi viene umiliato dai compagni, l’amico prepara la ritorsione, fredda e spietata. A scuola arrivano i poliziotti e co­minciano gli interrogatori. Ma la solidarietà omertosa tra i due ragazzi si trasformerà in un’alleanza propedeutica alla violenza. E ci vorrà il ritorno di un padre dal campo profughi in Sudan per sbrogliare la ma­tassa. Anche nell’istituto romano con i muri coperti dai graffiti e le porte sfondate, fa irruzione la polizia con i cani antidroga