Scuola islamica, sarà l’Egitto a decidere

Dal Cairo in arrivo l’indicazione per un nuovo istituto che unisca esigenze italiane e arabe

Augusto Pozzoli

La scuola di via Quaranta non c’è più, ma la maggior parte dei bambini e dei ragazzi egiziani che la frequentavano non hanno ancora incominciato l’anno scolastico. E dove sono? Aspettano una risposta dal loro consolato, con questa prospettiva che ci ha illustrato Pietro Farneti, il presidente dell’associazione Risvegli che da anni collabora con le famiglie egiziane: «Il caso è stato portato davanti al governo egiziano che dovrà far conoscere il suo parere sul tipo di istruzione che si sta elaborando per i bambini: un progetto che tenga conto della scuola egiziana e di quella italiana. Progetto che poi verrebbe realizzato da una nuova associazione formata dagli stessi genitori egiziani».
Un percorso che piace allo stesso direttore scolastico regionale Mario Dutto: «Se si segue la via dell’ufficialità – dice – tutto può diventare più semplice. L’intervento del consolato mi pare dunque fondamentale. D’altra parte bisogna tener conto che abbiamo a che fare con famiglie a cui sta a cuore che i figli studino: ho appena ricevuto una lettera di un egiziano che mi avvertiva di aver rimandato i figli in Egitto perché possano studiare seriamente. Bisogna che si vada avanti, dunque, per trovare una soluzione positiva per tutti».
Cauta e fiduciosa attesa anche da parte dell’assessore all’Educazione Bruno Simini: «Sto anch’io aspettando di capire che cosa possa succedere. Una cosa comunque è certa: non possiamo accontentarci che i bambini egiziani non vadano più in via Quaranta».
Ma quanti sono i minori egiziani che sono ancora a casa? Non c’è un dato attendibile, così come non si riesce a capire quanti abbiano accettato di iscriversi a una scuola statale: Ufficialmente sono 73 le iscrizioni censite dal Csa (l’ex provveditorato) milanese, ma non è detto che potrebbero essere anche più numerosi, perché iscriversi non sembra un fatto tanto semplice per le famiglie egiziane.
Significativa la testimonianza di Giorgio Galandi, il dirigente scolastico della scuola di piazza Axum che già ha accolto alcuni reduci di via Quaranta: «Sono venute da me due mamme egiziane, ciascuna con due figli da scuola elementare – racconta – che mi hanno chiesto l’iscrizione perché erano andate in altre scuole dove erano state respinte. La scusa è stata che non c’era posto. Davvero un caso assurdo. Mi sono impegnato ad approfondire la questione». Galandi prima di assumere l’incarico di dirigente in una scuola milanese aveva diretto la scuola italiana in Libia. È insomma un conoscitore prezioso della realtà scolastica islamica. «L’Egitto – spiega – ha grande interesse per la scuola. Non a caso in Libia la maggior parte dei docenti sono egiziani. E la gente di quel paese ha molto a cuore la formazione dei figli. Non capisco come siamo arrivati a questo punto: credo che chi vuole conservare l’istruzione egiziana è perché ha in mente di tornare al suo paese, quindi vuole una sua scuola. Come la volevano gli italiani nella scuola libica in cui lavoravo. Ecco perché Milano non può intralciare la soluzione che queste famiglie avanzano. Intanto, però, se ci chiedono di iscriversi nelle nostre scuole non possiamo rifiutarci di accoglierli». Presto comunque sarà più facile effettuare un controllo sulle iscrizioni: basterà aspettare che entri in funzione l'anagrafe scolastica istituita dal Comune. «Fra un mese - ricorda Simini - noi saremo in grado di avere la fotografia della situazione in tempo reale, scuola per scuola. Allora nessuno potrà più mimetizzarsi».