La scuola italiana muore in uno sbadiglio di noia

Tra qualche giorno riapriranno le scuole: da settembre i docenti «prenderanno servizio» e nel giro di un paio di settimane in tutta la penisola gli studenti ritorneranno tra i banchi per la ripresa delle lezioni. Così, allegramente, per tutti, senz’altro per molti, ritornerà la noia. Sì, perché sembra che il limite principale della scuola italiana sia «l’assenza di senso». Lo rileva un’indagine della Fondazione per la Scuola che, realizzata dall’istituto Iard e pubblicata in questi giorni dal Mulino, dà voce, attraverso un campione di 1500 interviste, direttamente ai ragazzi che sono a scuola, che si sono diplomati o che, purtroppo, hanno abbandonato la scuola: Giovani a scuola, a cura di Alessandro Cavalli e Gianluca Argentin.
Il 13 per cento degli studenti italiani confessa di vivere «sempre o spesso» la scuola sia con un senso di noia che di assenza di senso. Il 13 per cento è apparentemente un numero basso. In realtà, se si passa dai numeri ai ragazzi significa che nelle scuole d’Italia ci sono centinaia di migliaia di giovani per i quali la scuola è un’esperienza sostanzialmente negativa. Ma la noia pur riguardando solo una «minoranza» appare «qualche volta» anche nella «maggioranza» degli studenti. Quali le motivazioni dello sbadiglio scolastico? Ci sono senz’altro ragioni sociali e questioni di rendimento: chi va bene si annoia meno e chi riporta cattivi voti tende alla depressione. Ma non sempre le cose stanno così o sono così semplici. La noia, piuttosto, è un «sentimento» che si presenta in modo trasversale e non risparmia nessuno: i benestanti e i meno abbienti, i somari e gli studiosi. Insomma, nella scuola italiana c’è una quota non piccola di studenti - tra un terzo e un quarto degli alunni - che vive la scuola annoiandosi: «A scuola si annoiano un po’ tutti».
È qualcosa di diverso dalla semplice noia scolastica di un tempo. È, piuttosto, un malessere che riguarda tanto i giovani quanto i professori. Un senso di frustrazione e di inutilità che genera angoscia quando si percepisce la scuola del «tempo pieno» come «tempo perso». I tanti fenomeni di disagio scolastico hanno qui la loro origine: nella sensazione di star perdendo tempo. Uno studente su cinque è insoddisfatto dei propri insegnanti. In una classe di venti studenti, ben quattro avvertono difficoltà nella relazione con almeno alcuni docenti. Siamo al di là della classica «mela marcia» o della «testa calda». Un disagio che se visto con gli occhi dei professori si presenta nella forma dell’incomprensione. Come se studenti e docenti parlassero lingue diverse. Se a questa non semplice situazione si aggiunge il fatto che molti insegnanti (non sempre, in verità, brillanti e preparati) percepiscono la loro professione come irrimediabilmente in declino e guardano con pessimismo al futuro della scuola, allora si comprende che il rapporto di fiducia tra studenti e scuola è in buona parte compromesso.