A scuola nei centri sociali. Ecco gli "studenti" con più condanne che esami

nostro inviato a Torino

Figli di magistrati, anarchici, perenni fuoricorso, squatter, rampolli della Torino bene, autonomi, guerriglieri urbani. L’identikit dei leader della protesta è un arcobaleno di categorie solo apparentemente contraddittorie. Per alcuni di loro, abbonati del fermo in Questura con più condanne sulla fedina penale che esami sul libretto universitario, la rivolta è un’attività a tempo pieno. E il diritto allo studio? E la riforma Gelmini? E il futuro della ricerca? Pretesti. «A Torino è sempre il solito centinaio di attivisti del disordine a alimentare il conflitto», taglia corto Augusta Montaruli, vicecapogruppo Pdl in Consiglio regionale fresca di laurea in Giurisprudenza. Altro che reazione popolare e risposta dei cittadini di cui hanno favoleggiato autorevoli commentatori.
Niente di nuovo sul pinnacolo della Mole Antonelliana. E déjà vu anche sui tetti di Palazzo Nuovo, storica sede universitaria della città dove a colpi di fumogeni due mesi fa fu impedito di parlare a Raffaele Bonanni, leader della Cisl. Quella volta fu Rubina Affronte, figlia di Sergio, pm a Prato, a conquistare le prime pagine. Ora sulle barricate c’è il suo grande amico, Fabio Benintende, ventisettenne corpulento e barbuto, agitatore di professione, latitante delle aule di studio, vecchia conoscenza della Digos. Ma entrambi sono militanti del centro Askatasuna, sempre in prima linea nelle manifestazioni No-Tav in Val di Susa, nei boicottaggi anti-sfratti o nelle azioni dimostrative come le secchiate di letame gettate nel ristorante Il Cambio (marzo 2009). Figlio di una famiglia dell’alta borghesia con appartamento in un palazzo storico del centro, è stato Benintende a guidare i blitz di questi giorni sotto e sopra la Mole. Al suo fianco Ennio Donato, studente (si fa per dire) di Lettere e filosofia e pure lui figlio di un magistrato torinese.
«Un po’ qui un po’ là, bloccheremo la città», scandiva uno slogan dei primi giorni dai microfoni di Radio Blackout. E ieri la promessa è stata mantenuta: occupazione dei binari di Porta Nuova e Porta Susa, corteo lungo le vie del centro e nelle tangenziali. Traffico in tilt, pendolari inferociti. Finito lo show si torna tutti al «centro sociale Palazzo Nuovo», come lo chiama Montaruli. Il quale dista uno sputo dal centro vero, quell’Askatasuna di cui è proprietario il Comune che, con l’amministrazione Chiamparino, ha scelto una linea di tolleranza nei confronti degli occupanti. «Oltre all’atteggiamento permissivo della giunta, l’ala radicale dei contestatori - osserva ancora Montaruli - gode di appoggi di frange del Pd e di Rifondazione, della Cgil e soprattutto del mondo accademico, vertici compresi». Nel giugno 2008, dopo uno degli ultimi arresti per aggressioni a studenti di Azione universitaria e a esponenti delle forze dell’ordine, fu Gianni Vattimo a firmare una petizione per il rilascio di Benintende. Un altro autografo prestigioso era quello di Alessandra Algostino, docente a Giurisprudenza, nei giorni scorsi tra le più attive sul tetto di Palazzo Nuovo. Il rettore Ezio Pelizzetti, invece, si è mostrato lusingato dalla richiesta dei contestatori di «partecipare all’occupazione». Favorevole all’occupazione anche il prorettore Sergio Roda, militante di sinistra ora confluito nel Fli. Al Politecnico, invece, Francesco Profumo non si è sbilanciato. Qui però, a alimentare la protesta ci pensano i fratelli Milan, Paolo e Fabio, il primo assistente di chimica, il secondo professore al liceo Avogadro. Anarchici, teorici del conflitto permanente, collezionisti di condanne per associazione a delinquere, aggressioni…