La scuola non trasmette la passione per la lettura

Diceva Paul Valery che «la vera educazione è liberarsi da quella ricevuta», e se andiamo a guardare i dati snocciolati dall’Associazione Italiana Editori alla vigilia di Bolibrì - festival di editoria dedicato a lettori giovani e giovanissimi che aprirà tra due settimane a Bologna - la tentazione, purtroppo, è quella di far incidere questa massima un po’ sovversiva, antiborghese e anarcoide, sull’ingresso di tutte le scuole elementari e medie.
Che succede, dunque, di così grave? Succede che la scuola italiana non riesce proprio a trasmettere agli alunni un desiderio di lettura che non sia posticcio e che sopravviva al di là del diploma di scuola media inferiore. I dati dell’Aie confermano, infatti, che dopo l’ultimo anno di scuola dell’obbligo per i ragazzi è tutta una discesa nella «non-lettura»: da zero a 6 anni sono il 51,6 per cento i lettori di almeno un libro non scolastico nell’arco di 12 mesi, dagli 11 ai 14 anni la percentuale sale al 64,7 per cento, e ci sarebbe da ben sperare se non ricominciasse subito a declinare verso il 58,8 per cento (per i lettori tra i 15 e i 17) per poi fare ancora un altro tonfo al 53,9 per cento per coloro che stanno tra i 18 e i 19 anni. Tutto a fronte di una media nazionale già abbastanza deludente del 45 per cento. Riassumendo: se i ragazzi non hanno particolari obblighi di pagella, quasi non leggono nemmeno per passatempo. Anzi, magari si rivolgono a internet o a interessi più facili (e infatti dopo la fine delle medie inferiori la percentuale di chi naviga sul web si raddoppia). «La scuola elementare - ci dice Antonio Monaco, coordinatore del gruppo di lavoro editoria per ragazzi dell’Aie - ha la funzione di accompagnare i ragazzi alla lettura, ma la lettura è una virtù domestica. Si acquisisce in famiglia, la scuola rinforza soltanto questo imprinting iniziale. Accade tuttavia che da noi non lo rinforzi affatto, e per una ragione concretissima: mancano i libri. La biblioteca scolastica in Germania, Francia o Inghilterra è cosa assolutamente ordinaria. In Italia, a un alunno che finisca anzitempo il tema in classe, si consiglia di fare un disegno, perché non ci sono libri da prestargli. Quando ci sono, invece, sono pochi e tutti scelti in base a standard conformisti che non toccano le corde interiori, singolarissime e quasi capricciose, di chi vuole leggere. Così, li si priva del loro potenziale».
«A peggiorare le cose - ci dice Pierdomenico Baccalario, uno dei nostri più celebri autori (sotto pseudonimo) di libri per ragazzi, tradotto in diciotto lingue - ci può essere il fatto che i libri consigliati agli alunni abbiano abbassato così tanto l’asticella della loro qualità da non permettere il salto verso una forma di lettura più complessa. Molti libri proposti a scuola non hanno più quello spessore che la vera letteratura per ragazzi aveva, spessore che faceva crescere non solo il lettore, ma la persona nella sua totalità. Se si fa leggere agli studenti una produzione letteraria rimasticata, è chiaro che dopo non rimane più in loro nessuna passione per la lettura».