Scuola, ora di religione obbligatoria per tutti

La proposta della Regione Veneto. Parla l'assessore Elena Donazzan che ha lanciato il progetto: &quot;Su quei valori si fonda il Paese&quot;. E nella regione bianca <strong><a href="/a.pic1?ID=288357">la proposta alletta anche i democratici</a></strong>

Venezia - Ora di religione cattolica obbligatoria per tutti gli studenti veneti: è il progetto cui sta lavorando l'assessore regionale all'Istruzione, Elena Donazzan (An). Lo inserirà nella legge regionale sull'istruzione assieme alla settimana corta con tempo prolungato, a nuove materie come la Storia del territorio e la Cultura del lavoro, alle quote di immigrati nelle classi.

Assessore Donazzan, che fa? Riapre le guerre di religione?
«Io vorrei che l'ora di religione cristiana cattolica diventasse obbligatoria all'interno dell'orario dedicato all'educazione civica italiana. Cito Benedetto Croce, filosofo idealista, laico, che diceva: non possiamo essere italiani senza dirci cristiani».

Torna il catechismo nelle aule?
«Questo no. Nemmeno l'ora facoltativa introdotta dal nuovo Concordato è catechesi, bensì umanesimo cristiano. Semplicemente, sostengo che non si può insegnare l'educazione civica italiana senza spiegare i princìpi da cui deriva il vivere sociale nel nostro Paese».

A quali princìpi si riferisce?
«La centralità della persona e della famiglia, il rispetto uomo-donna, il volontariato derivano tutti dalla cultura cristiana. Dobbiamo riconoscere che la nostra società, il suo diritto, le sue regole di comportamento, sono impregnati di valori che non vengono da Marte ma dalla religione cattolica. È un approccio laico, non confessionale. Sono cose che tutti devono sapere».

E perché inserirle nelle ore di educazione civica?
«Questi princìpi fanno parte di quel sentire comune che fonda il nostro popolo e fa appartenere una persona alla comunità. Questo sentire comune teso a un comune destino dev'essere in qualche modo insegnato a scuola, il primo luogo dell'integrazione. L'ora di religione cristiana cattolica va inserita all'interno di questo percorso».

Che fine farebbe l'attuale insegnamento religioso?
«Non andiamo troppo oltre, a me adesso interessa proporre un modello e aprire la discussione. Non è un atto che la regione Veneto sta emanando. Il progetto di legge sull'istruzione prevede anche l'insegnamento di una materia come la Cultura del lavoro, pilastro del sistema veneto dell'impresa-famiglia, insieme con la cultura del sacrificio e del dovere».

Quindi è prematuro anche parlare di inquadramento dei docenti.
«Assolutamente. Anche il ministro Gelmini, introducendo temi come il voto di merito, il grembiule, il comportamento in aula, dimostra che il suo approccio alla scuola è una grande riforma di princìpi e valori dopo la devastazione del Sessantotto e il suo lascito di materialismo, relativismo, nichilismo».

Ha nostalgia del Veneto «sagrestia d'Italia»?
«Io difendo la mia storia. Siamo la prima regione d'Italia per associazioni di volontariato, protezione civile, donatori di sangue: si può pensare che siano tutti precettati? No di certo, sono il frutto di quei princìpi cristiani che innervano la nostra società. Se a Natale ci indigniamo perché scompaiono i presepi dalle scuole, è perché abbiamo dimenticato queste radici».

Le «quote immigrati» invece non sono una questione di principio.
«No: molto pratica. In certe zone del Veneto la presenza di alunni stranieri soprattutto nelle elementari raggiunge il 60-70 per cento; così molti genitori italiani iscrivono i figli altrove, col risultato di creare scuole-ghetto. Problema drammatico perché è difficile integrare nei ghetti, d'altra parte se gli italiani frequentassero quelle scuole apprenderebbero con estrema lentezza. Finora si è lasciato correre. Io invece ritengo che si debbano fissare quote di studenti stranieri e potenziare i metodi di apprendimento. Tra 10 giorni ne parlerò al ministro».