Scuola, otto supplenti su dieci rifiutano l’assunzione a tempo

Chi, anche senza un valido motivo, dice no all’incarico può continuare a presentare domanda. In un istituto di Latina 574 telefonate per trovare un docente disponibile

Nino Materi

Quando la segreteria d’istituto li chiama per offrirgli un «incarico temporaneo», nove supplenti su dieci sono irreperibili; tra quelli che rispondono, invece, solo il 20-30% accetta l’assunzione. Intanto, tra telefonate e telegrammi di convocazione (obbligatori per legge), la scuola italiana spende 50-60 milioni di euro all’anno. Uno spreco enorme, a fronte di un risultato deprimente: le cattedre restano vuote e il supplenti «senza lavoro» restano a casa.
Una situazione ben fotografata dalle testimonianze sul sito dell’Associazione presidi italiani: «Avete presente l’effetto domino? Trovare un supplente per coprire un "buco" in cattedra è come iniziare a far cadere una tessera che, a sua volta, butterà giù altre decine di tessere nella vana speranza che la catena si interrompa il più presto possibile. Nel momento in cui ciò accade, vuol dire che la segreteria della scuola dopo una lunga serie di "no, grazie", ha finalmente ricevuto una risposta affermativa. Peccato che il fatidico "sì" arrivi col contagocce, lasciando nel frattempo centinaia di classi prive di insegnanti».
Fatto sta che oggi trovare un supplente «disponibile» a fare lezione equivale a imbattersi in un Gronchi Rosa, il francobollo simbolo della rarità filatelica. Ma il motivo dei tanti rifiuti, non è tanto dei supplenti «scansafatiche», ma di una normativa che costringe i capi d’istituto a contattare in modo indifferenziato i professori presenti nelle graduatorie senza tenere conto della residenza del docente. Una situazione dai contorni paradossali che porta, ad esempio, le scuole di Milano a contattare i supplenti di Matematica residenti a Canicattì e viceversa. Inevitabile, a questo punto, che si inneschi la catena di sant’Antonio dei «no».
Alla buon’ora presso il ministero dell’Istruzione si sta cercando di predisporre un sistema che potrebbe consentire alle segreterie di conoscere i nomi dei supplenti già impegnati, evitando in tal modo una chiamata inutile e una perdita di tempo e di soldi.
«Ben venga lo snellimento di procedure, ma è necessario cambiare alcune regole - sostiene l’Andis, l’Associazione dei dirigenti scolastici -. Bisogna ritornare alle origini, quando i supplenti, oltre ad avere una minore quantità di istituti a cui iscriversi in graduatoria, era previsto l’"accodamento" (cioè la retrocessione all’ultimo posto della graduatoria) in caso di rifiuto ingiustificato della proposta di supplenza».
Un tema al quale il periodico Tuttoscuola ha recentemente dedicato una documentata inchiesta. Qual è il punto di partenza? Visti i tempi di ricerca e il numero di chiamate e telegrammi da spedire, si potrebbe pensare che manchino supplenti per sostituire gli insegnanti assenti o malati. Non è così. I supplenti ci sono, ma hanno diritto di rifiutare le proposte di supplenze che la scuola offre, senza che perdano il diritto di essere consultati per altre proposte. Le segreterie devono seguire l’ordine di graduatoria per cercare supplenti e darne informazione all’albo e per via telegrafica agli interessati. Spesso, soprattutto al nord e a Roma, molti supplenti iscritti nelle graduatorie scolastiche vengono da altre province (del sud in particolare): comprensibile, quindi, che non gradiscano supplenze brevi.
Ed è «comprensibile» anche che la spesa telefonica lieviti a causa dei tempi e delle tariffe di chiamata fuori provincia o su cellulari. Ormai il disservizio per nominare supplenti nella scuola primaria non fa più notizia, anche se, tra costi per telegrammi, tempi interminabili di ricerca del docente supplente, trasferimenti da una classe all’altra di scolaresche orfane di insegnante e altre esperienze di cronaca dell’assurdo (prima del 2000 questo non avveniva), si potrebbe scrivere un libro bianco o tragicomico.
«L’ultima notizia della serie - denuncia Tuttoscuola - è quella di una segreteria di una scuola della provincia di Latina che ha dovuto effettuare ben 574 telefonate prima di trovare un supplente che finalmente ha detto di sì, arrivando comunque a scuola a fine mattinata, ma con diritto a vedersi valutata e pagata la giornata di servizio».
Nel frattempo, mentre un’impiegata a tempo pieno telefonava a centinaia di supplenti che, avvalendosi di un loro diritto (è così) hanno rifiutato (senza conseguenza alcuna) la proposta di nomina, gli scolari venivano suddivisi in gruppi e affidati ad altre classi (in barba alla continuità didattica).
Abbiamo notizia di insegnanti di ruolo che, nel corso delle assemblee per il rinnovo delle Rsu che si svolgono in questo periodo, hanno chiesto ai rappresentanti sindacali di essere tutelati dall’emergenza supplenze, visto che, a causa dei ritardi di nomina, quasi quotidianamente in alcune scuole salta la programmazione della attività didattica per ospitare alunni di altre classi, scaricando l’emergenza sugli insegnanti in servizio.
Fece notizia l’anno scorso la decisione del Comune di Roma di non procedere più al pagamento delle bollette telefoniche delle segreterie scolastiche per le spese imputabili ai telegrammi che, in effetti, sono da considerare piuttosto spese postali. In un solo bimestre il Comune avrebbe dovuto pagare circa un miliardo in vecchie lire per telegrammi dovuti alle chiamate di supplenti, e chiese il rimborso anche delle precedenti spese. Da allora le scuole romane, come avveniva in altre regioni, pagano a proprie spese i telegrammi per supplenti.
Le procedure per i conferimenti di supplenza da sempre hanno previsto l’invio di telegrammi ai supplenti a cui viene proposta una supplenza. Pur non trattandosi, quindi, di una novità, quella dei telegrammi è diventata da alcuni anni una pesante spesa per le scuole, perché, a fronte di rifiuti di accettazione della supplenza o di assenza del supplente chiamato, le segreterie devono comunque inviare telegrammi ai candidati alle supplenze (ogni supplente ha diritto a mettersi in «lista d’attesa» in 30 istituti), anche se va a buon fine solamente il 20-30% di quei telegrammi visto che dei tanti supplenti contattati pochi finiscono per accettare (vi sono casi limite di 15 telegrammi inviati per una sola supplenza).
Si può stimare che le spese per telegrammi possono arrivare in un anno scolastico a circa 50-60 milioni di euro. È forse una stima di costi massimi, ma dà un’idea di come una procedura burocratica possa portare a sprechi di risorse pubbliche.
Con tanti saluti per la Finanziaria e la qualità della nostra scuola.