Scuola, tensione al corteo di Milano: scontri

La protesta degenera: a Milano 6 feriti negli scontri con la polizia
dopo un corteo non autorizzato. A Bologna irruzione al rettorato. A Palermo il rettore si associa alla protesta e oscura il sito dell'ateneo. <strong><a href="/a.pic1?ID=299950">I prof minacciano i giovani: &quot;Non scioperate? Vi bocciamo&quot;</a></strong>

Cortei non autorizzati, binari occupati, scontri con la polizia. Feriti e contusi. Insulti, slogan e sputi. Da un capo all'altro dell'Italia. Ma non le avevamo già viste queste scene? Non è, per caso, il remake di qualche film dell'orrore d'infimo ordine? Scorriamo le agenzie di stampa che si sono intrecciate ieri, per tutta la giornata, e scopriamo che a Milano gli scontri con la polizia sono cominciati a piazzale Cadorna dopo che un corteo, non autorizzato, partito dall'Università, ha assediato la stazione delle ferrovie Nord nell'originale tentativo di occuparla e di bloccare i treni.

A Bologna un'azione fotocopia: centinaia di universitari in corteo hanno raggiunto la sede del Rettorato e vi hanno fatto irruzione. Poi si sono diretti alla stazione e hanno occupato il primo binario per una decina di minuti. In compenso a Roma, per tutto il giorno, il senato accademico de La Sapienza, è stato messo sotto pressione dagli studenti (che in cinquemila hanno partecipato a un sit-in nella città universitaria) e ha dovuto riunirsi per decidere il blocco delle lezioni richiesto dai contestatori che erano partiti con una dichiarazione programmatica: «E adesso provate a fermarci».

A Firenze gli «studenti di sinistra» e dei «collettivi universitari» hanno manifestato in 40mila grazie alla preziosa regia dei sindacati della scuola di Cgil, Cisl e Uil della Toscana. E simili scene si sono registrate a Genova, Napoli e a Palermo, dove anche il rettore Giuseppe Silvestri ha voluto metterci del suo, oscurando, con una personalissima protesta, il sito web dell'ateneo. Mettendo insieme i pezzi di questo puzzle del disastro organizzato si può leggere, nostro modesto avviso, una sorta di slogan che astutamente non viene divulgato ai e dai diretti interessati. Lo slogan, che poi è una sorta di invito alla armi, suona più o così: «Noi il Sessantotto ce lo siamo perso, dicono che erano bei tempi e quindi lo rivogliamo».
Di fatto, scusate il paragone forse un po' azzardato, il principio è molto simile a quello che anima i supporter delle case chiuse. Se, anagraficamente, sono sempre meno quelli che le hanno, a suo tempo, potute apprezzare, anagraficamente sono anche sempre di più (persino chi scrive se le è perse per un soffio) coloro che non hanno potuto goderne appieno fascino e frisson. Solo che a questo punto bisogna introdurre un doveroso distinguo: ai casini ci si andava, così ci raccontano le cronache dell'epoca, con grande senso della privacy e della compostezza. Si faceva quello che si doveva fare e si usciva, insalutati ospiti, con la medesima discrezione con cui si era entrati.

Mentre la nuova nostalgia del casino intesa come il Sessantotto della contestazione è finalizzata solo ed esclusivamente a far casino: sfasciare, picchettare, contestare. E occupare, scritto con o senza la kappa, poco importa. Quindi «il che cosa ci siamo persi» si traduce nei nuovi sogni eroici di un'accozzaglia di prof e studenti assatanati contro la signora Gelmini che hanno in testa una sola idea perversa: sovvertire l'ordine. A qualunque costo. D'altra parte il tam tam dello «smsmessaggiamento» di questi giorni è sufficientemente illuminante: in ogni città si reclutano volontari disposti al picchettaggio duro. E i risultati, da un capo all'altro dell'Italia, non hanno né capo né coda se è vero come è vero che a Trieste gli insegnanti hanno posto agli studenti un insolito ultimatum: o scioperate o vi bocciamo. E se è vero come è vero che a Milano, durante la tanto sospirata autogestione scolastica, non si organizzano corsi di cucina né di educazione civica e nemmeno di lettura dei tarocchi (che magari sortirebbero il risultato di far scambiare la maga Circe per una imbonitrice televisiva) ma adunate più o meno sediziose. Troverete con dovizia di particolari in altre parti del Giornale che nelle scuole metropolitane, anzi nei cortili delle medesime si fanno le prove pratiche di raggruppamento in corteo e di sfilate. E di uso del megafono con annesso urlo di slogan. Eccolo il nuovo Sessantotto (o anche il nuovo '77 che è stato un po' come i rigurgiti da latte nei poppanti) di cui si sente tanto la voglia e la mancanza nelle sbrindellate scuole del Paese. Non è ancora tutto. Poiché al peggio non c'è mai fine, nell'autogestione dalla mille inaspettate risorse c'è anche chi ha pensato bene di organizzare un vero e proprio corso di specializzazione in sindacalismo. Per la gioia della gloriosa Triplice che cavalcò la protesta quarant'anni fa. Com'è che diceva Aristotele? «Le persone oneste e intelligenti non faranno mai una rivoluzione. Perché sono sempre in minoranza».