Scuola, il test rivela il "trucco" dei voti più alti al Sud che al Nord

I risultati dell’esame <em>Invalsi </em>proposto agli alunni di terza media (e uguale per tutti) ribaltano quelli della maturità. <strong><a href="/interni/s/05-08-2010/articolo-id=465474-page=0-comments=1">Il divario resta ma qualcosa si muove
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Difficile avere una scuola che sia uniforme, che risponda agli stessi requisiti di qualità in ogni angolo del Paese. In qualunque Nazione occidentale le disparità sono evidenti, tant’è vero che si cerca di studiare - quando le condizioni economiche e familiari lo rendano possibile - dove lo si può fare meglio. Ma durante gli studi medi e superiori si rimane vicini a casa con i relativi vantaggi e svantaggi.
Ora c’è semplicemente da chiedersi il perché gli studenti del Sud debbano studiare peggio di quelli del Nord. Le statistiche che possediamo sono oggettive e smascherano anche un comportamento inaccettabile: dei docenti, non degli studenti.

Se analizziamo i dati relativi alla maturità di quest’anno, ecco emergere il giovane meridionale che ha voti migliori del compagno settentrionale. Se invece osserviamo i dati forniti dalla prova cosiddetta Invalsi, la situazione è completamente rovesciata: più bravi sono i giovani del Nord.

Mentre i voti vengono assegnati dagli insegnanti secondo una personale valutazione, la prova Invalsi è non solo oggettiva - cioè indipendente dai criteri del professore - ma anche uniforme, perché è la stessa su tutto il territorio nazionale. Evidente constatazione: i professori che insegnano al Sud sono di manica larga, meno preoccupati di far raggiungere ai propri allievi buoni risultati.
Perché, torno a chiedere, i giovani del Sud devono partire svantaggiati rispetto a quelli del Nord fin dai banchi di scuola?
Ammettiamo pure che nel Meridione ci siano situazioni di disagio - diciamo con un eufemismo - ambientale, che incidono sulla resa scolastica. Vorrei però che qualcuno chiedesse a un insegnante di scuola media di Milano quanta fatica debba fare per integrare nella sua classe gli extracomunitari, che sono anch’essi tenuti a sostenere la prova Invalsi e quindi rientrano con i loro test nella valutazione complessiva. Dunque, se al Sud ci sono problemi «ambientali», al Nord i professori si devono misurare con i ragazzi extracomunitari.

I dati statistici ci dicono in modo impietoso che gli insegnati meridionali risolvono le questioni relative alla qualità dell’apprendimento dando voti alti. Gli studenti potrebbero anche essere contenti, ma in realtà vengono penalizzati. Certo, non per colpa loro. Il problema sono gli insegnanti. Il problema è il modo in cui viene formata e selezionata la classe docente.

Non esiste scuola di formazione per gli insegnanti. Ci si laurea e poi si fanno domande a tappeto per venire chiamati come supplenti. E qui incomincia un’indecorosa trafila. Tutto è lasciato in mano ai presidi, ai Provveditorati, ai sindacati. Dovrebbero esserci i concorsi: l’ultimo è stato indetto dieci anni fa, e il precedente una ventina di anni fa.

Ogni passo del cammino dalla laurea all’insegnamento è rigidamente sindacalizzato, per cui il merito va a farsi benedire: si va avanti con punteggi relativi ai giorni e agli anni di supplenza prestata. E intanto si aspetta la leggina per passare di ruolo senza verifica di capacità didattiche e cultura.

Gli stipendi dei docenti sono bassissimi, i più bassi in Europa a gara con Portogallo e Grecia. Chi trova di meglio che insegnare - chi è più fortunato e ha più fantasia - non entra in una scuola. Quindi abbiamo pochi docenti bravi, che il più delle volte sono giovani ancora entusiasti e che si dedicano con passione al loro lavoro. La maggior parte è svogliata ed entra in classe come se dovesse andare dal dentista.

C’è da chiedersi: se questa è la realtà, perché c’è differenza tra Nord e Sud? La differenza c’è perché il docente è il risultato di una filiera: ha già lui studiato male nelle scuole, è inevitabile che a scuola insegnerà male, e per non crearsi grattacapi maggiori di quelli che ha già non pretenderà dagli allievi quella qualità che molto probabilmente gli manca.

Finché le città del Nord manterranno una qualche tensione competitiva all’interno del mercato del lavoro, e finché le famiglie settentrionali avranno l’ambizione che i propri figli siano competitivi, si eserciterà un controllo sociale e famigliare sulla qualità del servizio scolastico. Se questo sciaguratamente verrà a mancare, assisteremo alla meridionalizzazione della scuola italiana.

Tuttavia non è difficile invertire la tendenza: sarebbe sufficiente valorizzare gli insegnanti selezionandoli periodicamente, premiando chi merita, anche sul piano economico, così da rendere una professione tanto delicata, importante (e bella) degna di una Paese che si preoccupa davvero del futuro dei propri figli sempre più messi alla prova dalla competizione internazionale. E non sarebbe male ricordare che quanto più la scuola possiede livelli di qualità omogenei, tanto più la Nazione è unita.