«Scuole sempre aperte con lo sponsor»

«In periferia sarebbero dei presìdi anti-degrado»

Serena Coppetti

Da dove cominciamo?
«Dalle scuole, senza dubbio».
Un argomento che il sindaco conosce bene...
«Dobbiamo partire da un’idea: la prevenzione è l’unico antidoto alla disgregazione. Accusiamo i ragazzi di stare sempre attaccati davanti alla tv. Dobbiamo realizzare dei luoghi dove possano esprimere le loro emozioni. Quando un bambino, un ragazzo è costretto ad adottare un codice di violenza per esprimersi, significa che le sue emozioni sono bloccate, le sue speranze finite. Significa che per “sentirsi”, per crescere, può arrivare anche a scegliere prove estreme, a correre rischi dei quali non comprende la gravità e che possono perfino mettere a repentaglio la sua vita».
Questi luoghi sono le scuole, immagino.
«Certo. Inizialmente anche e soprattutto le scuole, intese come Centri culturali polivalenti. Si devono trasformare in veri e propri presidi, soprattutto quelle di periferia. Devono restare aperte tutto il giorno, animate nel pomeriggio con attività culturali e laboratori creativi in cui ci sia la collaborazione tra il mondo della scuola e le associazioni private, sportive, ricreative, culturali, umanitarie».
L’accuseranno di utopia...
«Macché utopie. Si tratta di una seria impostazione culturale, pensare, progettare, realizzare con serietà una cultura al servizio dell’infanzia e dell’adolescenza. Con investimenti pubblici, ma anche con il coinvolgimento di sponsor privati. Se si sponsorizzano i lavori del Duomo perché non fare la stessa cosa con l’educazione e la cultura nelle scuole, e sottolineo, nelle scuole? In questo modo si possono formare gli operatori e creare occupazione. In questo dovrebbero esser coinvolte anche le Asl, perché l’educazione deve andare di pari passo con la salute della mente, con l’ecologia della mente».
Una rete che in parte già esiste. Ci sono servizi di assistenza alla famiglia che già fornisce la Asl. Per alcuni anzi c’era il timore che non venissero rifinanziati.
«Non dev’essere abolita nessuna forma di assistenza. La famiglia è la prima e più importante base di ogni società. Anzi. Bisogna alimentare e incrementare i corsi per genitori».
Di recente lei ha istituito il Telefono genitori, proprio per aiutare mamme e papà a dare le «radici» ai bambini quando sono piccoli e le «ali» quando crescono.
«Abbiamo avvertito l’esigenza da parte dei genitori di essere compresi, ascoltati. Un tempo la società sembrava più solida. Era fatta di valori, di regole certe. Culturalmente sosteneva la famiglia».
Oggi non è più così?
«Mille dubbi, mille conflitti. Si discute di Pacs, famiglie allargate, adozioni. La famiglia tradizionale sembra essere quasi un’immagine lontana. Eppure ai genitori si chiede di continuare a dare valori di riferimento. E anche chi non sembra aver problemi si deve confrontare con un mondo in continua trasformazione».
Dunque?
«Bisogna alimentare gli incontri con i genitori, che possano fare da sostegno e riferimento. Anzi, la prima cosa che potrebbe fare il sindaco Moratti è pubblicizzare tutte le attività a favore dell’infanzia che si fanno a Milano. Pubblicare un “Mac”, un “Manuale per adulti competenti”, con una mappatura di tutte le risorse che il Comune può mettere a disposizione di famiglie, bambini e adolescenti. È uno degli strumenti della Fondazione del Movimento bambino. Informare, perché chi è disinformato tende a deresponsabilizzarsi».
Dalla scuola alla famiglia...
«... alle università. Sono delle fucine di progetti che potrebbero essere via via verificati e costruiti nelle scuole».
Nei centri culturali polivalenti di cui parlava prima?
«Proprio così. Le università sono ricche di studenti che possono essere impegnati a sperimentare nelle scuole per incrementare quel procedimento osmotico che è il nostro modello di cui parlavamo prima. Se i ragazzi trovano a scuola attività per esprimersi come il teatro, il cinema, la pittura, saranno impegnati a costruire, a creare invece che a distruggersi e a distruggere. E il Comune dovrebbe offrire loro la possibilità di esporre e proporre quello che hanno pensato, ideato e realizzato. Gli spazi della cultura ufficiale».
Tipo?
«Palazzo Reale, perché no, la Triennale. Così sentiranno che c’è veramente attenzione intorno a loro e che le loro istanze sono davvero accolte e oggetto di interesse, studio, apprezzamento. E anche di critica».
Torniamo all’accusa di utopia?
«Non è utopia, perché le scuole esistono, gli sponsor ci sono, le università progettano, giovani da formare in cerca di lavoro ce ne sono tanti. E poi loro, i ragazzi, sempre in cerca di un punto di riferimento. Non solo...».
Qualche altro suggerimento?
«Pensare una città a misura dei più piccoli, perché solo così sarà davvero a misura di tutti i cittadini. Bisogna investire nei presidi medico-psicopedagogici, in ogni ordine di scuola, materne, elementari e medie, come avamposto di osservazione e di prevenzione. Ogni scuola dovrebbe averne uno a tutela del benessere e della salute mentale di tutti i cittadini. Oggi i ragazzi o vengono tutelati troppo, oppure vengono costretti a crescere di corsa senza rispetto per i loro passaggi. Talvolta vengono lasciati soli immersi in un mondo virtuale che li bombarda ferocemente e di cui non riescono a contenere tutte le contraddizioni. Invece bisognerebbe insegnare loro ad affrontare con fermezza e rischio calcolato le difficoltà della vita. Ecco perché dobbiamo prima di tutto crescere noi, genitori, educatori e operatori della comunicazione. Noi adulti. Chiedere formazione e competenza per combattere l’anomia, l’assenza di valori collettivi comunemente condivisi. Con i riti».
I riti?
«Si ricorda Saint Exupéry e il suo Piccolo Principe? Sono i riti che creano i legami, individuali e collettivi. Senza i miti, i valori, i riti, la società di svuota di ogni riferimento, di ogni sostanza, e si riempie di consumi. Bisogna ripristinare le grandi tradizioni. Educare alla legalità e alla pace. Dare vita a momenti di dialogo, di incontro, anche di festa nei quali la cultura, anzi le culture, si mettano in piazza, si incontri e si confrontino. Con danze, canti e con il contributo degli intellettuali».
Un programma ricco.
«So che Letizia Moratti è una persona che non ascolta solo le voci della sua parte. Mi sembra disponibile ad accogliere con attenzione le competenze interdisciplinari che possano esser messe al servizio dei cittadini. A Milano per quello che riguarda i servizi alla famiglia, i giovani, non ci possono essere contrapposizioni, ma credo che ci riusciranno».
Milano può davvero diventare più a misura di bambini?
«Ce la può fare, lo deve fare. Io sono una romana che si è trasferita a Milano perché aveva nel cuore le lezioni alla Statale di Cesare Musatti, perché non ho mai perso un concerto alla Scala, dal loggione. Milano è stata per me la protagonista di speranze di libertà e di cultura. Ha dato un senso e una svolta a tutta la realtà intellettuale e politica italiana. Questa è una scommessa che non può perdere».