La scure del Csm su mezza Procura di Potenza

«Vittorio Emanuele arrestato perché stava per andare all’estero»

da Roma

La Procura di Vallettopoli rischia la decapitazione. Di più: sono tre i pm di Potenza per i quali la prima commissione del Csm ha deciso all’unanimità di aprire la pratica per il trasferimento per incompatibilità ambientale: il capo dell’ufficio, Giuseppe Galante e il sostituto Felicia Genovese (indagati a Catanzaro per il presunto «comitato d’affari» lucano) e il sostituto Vincenzo Montemurro. Stessa sorte per il giudice del tribunale di Matera Iside Granese (anche lei sotto inchiesta a Catanzaro).
I quattro magistrati sono stati informati per telefono ieri al termine delle quattro ore di riunione straordinaria della prima commissione e saranno ascoltati a Palazzo dei Marescialli il 17 aprile. Inizierà così l’istruttoria, molto garantista, al termine della quale il plenum del Csm deciderà se procedere o archiviare.
Si «salvano», invece, il pm di Potenza John Woodcock, «padre» di Vallettopoli e di altre inchieste clamorose come il Savoiagate e il gip Alberto Iannuzzi. Il presidente della prima commissione del Csm, il laico di An Gianfranco Anedda, ha proposto di aprire anche per loro la pratica per il trasferimento d’ufficio, ritenendo che dalle audizioni del Procuratore generale Vincenzo Tufano (che ieri è stato ricoverato per accertamenti cardiologici), di altri magistrati e avvocati lucani, fossero emersi elementi sufficienti. Ma a maggioranza la sua posizione è stata respinta. Il relatore Mauro Volpi (laico di Rc) e gli altri consiglieri temono che un’iniziativa di trasferimento comporti una valutazione su provvedimenti giurisdizionali in corso. Insomma, che pesi su Vallettopoli, che ogni giorno riserva novità e su altre inchieste aperte. Sarebbe, è stato detto, un «sindacato improprio» da parte del Csm. Inoltre, è in corso l’ispezione ministeriale, disposta dopo la fuga di notizie di Potenza dal Guardasigilli Clemente Mastella, i cui risultati saranno significativi anche per le prossime mosse del Csm. Ieri all’uscita dalla Procura Woodcock ha sottolineato di non sapere nulla delle decisioni del Csm: «Comunque io il trasferimento lo chiedo ogni anno. A Napoli, la mia città». Intanto il gip Iannuzzi ha risposto ai quesiti degli ispettori, respingendo le accuse del Pg Tufano (rivelate dal Giornale) che al Csm ha criticato la sua scarsa autonomia dai pm, citando la rapidità con la quale avrebbe deciso gli arresti, come se non avesse neppure esaminato i corposi atti. Iannuzzi ha replicato che lavora «tutti i giorni, all’occorrenza anche nei festivi», aggiungendo che per «procedimenti particolarmente complessi», come Iena 2 e il Savoiagate, utilizza addirittura le ferie per studiare gli atti. L’arresto di Vittorio Emanuele, sottolinea, è stato disposto perché stava per andare all’estero. Definendo quelle di Tufano «affermazioni infondate, gravi e lesive», il gip ha puntato il dito «sull’obiettiva assonanza» con i rilievi del Libro bianco della Camera penale. Per Iannuzzi è «un’anomala vicinanza» con gli avvocati quella del Pg, «punto di riferimento di alcuni penalisti».
I lavori della prima commissione, ora proseguono per la ricognizione a 360 gradi degli uffici giudiziari di Potenza e Matera. Il 3 aprile ci saranno altre audizioni: del presidente del tribunale di Potenza Taglialatela e dei gip Pavese e Romaniello.
Tra i magistrati nel mirino del Csm, la posizione più pesante sembra quella di Galante, sotto accusa per la sua inadeguata gestione dell’ufficio. Granese, invece, sarebbe nei guai per il mutuo a condizioni di favore della Banca popolare del materano (per cui è indagata a Catanzaro), ma anche per la sua conduzione del tribunale. Genovese e Montemurro dovrebbero rispondere dei loro rapporti conflittuali in procura. A giugno Galante dovrà difendersi anche in un procedimento disciplinare aperto da tempo e il suo trasferimento d’ufficio è stato già chiesto da Mastella e dal predecessore Castelli.
Anche su Woodcock pende un procedimento disciplinare per le stesse accuse (presunte intercettazioni abusive di conversazioni tra difensori e indagati), insieme alla pratica «a tutela» che richiese dopo le polemiche sul Savoiagate e poi su Vallettopoli.