La scusa del killer di Sanremo: "Ero ubriaco"

Così Delfino giustificò la contraddittoria ricostruzione dei suoi spostamenti la sera dell’omicidio dell’ex fidanzata Luciana Biggi. Nei verbali dell’interrogatorio il giovane ammette di aver accompagnato la vittima fino a venti metri dal luogo del delitto, pochi minuti prima della morte. Nonostante tutto il pm non chiese l’arresto. E un anno dopo Luca ha ucciso di nuovo

Genova - «Ero bevuto». Così Luca Delfino ha evitato l’arresto. In crisi, messo alle strette, costretto a contraddizioni ripetute, il trentenne accusato di aver sgozzato l’ex fidanzata Luciana Biggi nei vicoli di Genova non sapeva più cosa rispondere alla polizia e al pm durante l’interrogatorio. Ma alla fine venne rilasciato. E un anno dopo quel delitto per il quale resta l’unico sospettato, ha ucciso la sua nuova fidanzata, Antonella Multari, a Sanremo. Inevitabili le accuse a una giustizia che poteva fermare in tempo un assassino e non è riuscita a farlo.

Ma il pm Enrico Zucca, che seguì l’inchiesta sull’omicidio genovese, ha sempre detto che non c’erano prove sufficienti. Che c’era un «buco nero» che separava Delfino dal luogo e dall’ora del delitto. Si è sempre parlato di una trentina di minuti e di 400 metri di «distanza». In pratica gli spostamenti del sospettato si «fermavano» troppo presto per essere sicuri che fosse stato lui a uccidere.

Ma l’interrogatorio chiude questo buco. Il pm usa le indicazioni, le prove e le testimonianze di Delfino per «smontargli» la ricostruzione. In pratica gli contesta le affermazioni fatte. Gli dice perché la sua versione a un certo punto non è più credibile. Gli spiega cosa hanno in mano lui e la polizia. Fino a quel momento il sospettato era stato perfetto nella ricostruzione della serata trascorsa con la vittima.

Ricordava particolari difficili da ricordare e verificati dalla squadra mobile. Poi, vicino al momento dell’omicidio, va in crisi. «Non so spiegare perché proprio a quel punto (all’uscita dall’ultimo locale in cui sono stati visti insieme, ndr) ci siamo divisi - spiega -. Ci siamo salutati semplicemente, senza litigare». Non regge. E lui continua. «Prendo atto che ciò sembra incongruente con il mio comportamento tenuto fino a quel momento. Ma così è stato». Dice di averla salutata al bar e di essersi fermato «sull’uscio a parlare con un ragazzo per circa un quarto d’ora o forse più». E lì inizierebbe il buco nero che non permette il suo arresto. Ma gli inquirenti lo incalzano. Testimoni affermano con elementi precisi che davanti al locale non c’era nessuno. «Mi sono allontanato e sono tornato verso il bar Moretti», aggiunge. Ma il percorso spiegato non regge. Il pm gli dice che lì c’è una telecamera, che non lo ha ripreso. «Prendo atto che mi si fa notare che sarei stato inquadrato da una telecamera - ribatte Delfino -. Allora vuol dire che invece di scendere, uscito dal locale, sarò salito. Bisogna considerare che ero bevuto». La polizia sa che c’è un’altra telecamera sulla strada che porta verso il luogo del delitto. E incalza il sospettato, «visto» passare di lì insieme alla vittima. E lui allora ammette di essere arrivato all’angolo del vicolo dove Luciana Biggi venne uccisa. Venti metri e pochi minuti dal luogo del delitto.

Mettendo sul tavolo tutte le carte che hanno in mano gli inquirenti, il pm, lo costringe alle contraddizioni. Ma alla fine dell’interrogatorio non lo arresta. Delfino resta libero, e con il vantaggio di conoscere le prove dell’accusa. Pronto ad andarsi a studiare sul posto la mappa delle telecamere e a individuare un percorso che «regga» alle accuse, che possa dire cosa ha fatto da quando ha lasciato la vittima, praticamente sul luogo del delitto, a quando, alle 2.54, è stato nuovamente inquadrato da una telecamera mentre si allontana dal centro storico. Tanto valeva prendere solo atto delle sue parole e metterle a verbale. A processo sarebbero state usate contro di lui.